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Il rating passa Baa2 a Baa3, ultimo gradino prima del livello «spazzatura». Per l’agenzia manca «una coerente agenda di riforme per la crescita». Così le possibilità di addio all’euro (ora molto basse) possono aumentare. Stampa E-mail
Sabato 20 Ottobre 2018 09:34

Moody’s taglia il rating dell’Italia: mancano riforme e il debito non cala

E il debito non calerà: resterà al 130% del Pil

 

 Moody’s boccia l’Italia, che paga per l’innalzamento del deficit prospettato nella manovra e l’incapacità del governo di progettare riforme coerenti in uno scenario di crescita in frenata intorno all’1%. L’agenzia americana ha declassato il rating sul debito sovrano dell’Italia a Baa3 da Baa2, appena un gradino sopra il livello «spazzatura», mentre l’outlook diventa stabile. Lunedì si vedrà come reagiranno gli investitori, che ieri hanno dato un assaggio del nervosismo che agita i mercati, facendo volare lo spread, in mattinata, fino a quota 340 punti, ai massimi dall’aprile 2013. Salvo la retromarcia a fine seduta, dopo l’intervento tranquillizzante del vice premier Matteo Salvini che, escludendo una crisi di governo, ha raffreddato lo spread e azzerato le perdite in Borsa.

Il deterioramento delle finanze pubbliche a causa dell’aumento del deficit nei prossimi anni, rispetto a quanto atteso, farà probabilmente stabilizzare il rapporto tra debito e Pil vicino all’attuale 130% negli anni a venire, invece di cominciare a ridurlo, spiega Moody’s. Inoltre le prospettive di crescita più debole potrebbero fare ulteriormente aumentare il debito dal suo livello già elevato. Ma l’agenzia è anche preoccupata dall’assenza di un’agenda di riforme coerenti per allineare la crescita italiana a quella degli altri Paesi in modo sostenibile. Finora l’Italia ha beneficiato di un rialzo temporaneo, legato a una politica fiscale espansionistica, ma la crescita ricadrà nel trend abituale di un aumento intorno all’1%, teme Moody’s. Perfino nel breve termine lo stimolo fiscale offrirà una spinta più limitata di quanto stima il governo.

L’outlook, però, è stabile, perché riflette «la robustezza del credito» dell’Italia, che resta «importante» e che bilancia l’indebolimento della politica fiscale. Tra i punti di forza, Moody’s cita l’alto grado di ricchezza delle famiglie, un cuscinetto contro gli choc futuri, ma anche una fonte sostanziosa per finanziare il governo. Il downgrade di Moody’s è arrivato in tarda serata, al termine di una giornata convulsa, finita (in apparenza) meno peggio di quanto si temesse, con il differenziale tra Btp decennali e Bund tedeschi tornato, dopo la fiammata della mattina, a quota 315 punti — meno dei 325 punti segnati giovedì — e un rendimento del 3,58%. A scatenare le vendite sui bond italiani è stato ancora il contenuto della lettera della Commissione Ue, che ha definito la manovra dell’Italia «una violazione delle regole senza precedenti», recapitata a Roma giovedì da Pierre Moscovici. Anche se poi il commissario Ue per gli Affari economici e monetari ieri ha indicato un possibile accordo attraverso «un dialogo costruttivo» con le autorità italiane. Cruciale però sarà la risposta, entro lunedì da parte del ministro dell’Economia Giovanni Tria.

La fuga degli stranieri dall’Italia ieri è stata certificata ieri dalla Bce: gli investitori esteri hanno venduto circa 17,9 miliardi di euro di titoli italiani (azioni, obbligazioni e titoli di Stato) ad agosto. La Banca d’Italia, nel suo Bollettino economico, dà un dettaglio in più: di quel portafoglio, sono stati venduti titoli di Stato per 17,4 miliardi.

 

 
Design elegante, Intelligenza artificiale per foto e video e novità hardware: oltre allo sblocco con il volto debutta il sensore di impronta sotto il display. Con la "reverse charge" può dare energia a dispositivi compatibili con la ricarica wireless Stampa E-mail
Martedì 16 Ottobre 2018 19:45

Huawei Mate 20 Pro ufficiale: fotocamera «al quadrato» e ricarica gli altri telefoni

 Sfida diretta a Apple e Samsung: costa 1.099 euro

Huawei Mate 20 Pro ufficiale

Per Huawei il 2018 è un anno che non verrà dimenticato facilmente. Nel secondo trimestre dell’anno (dati Idc e Strategy Analytics) è avvenuto il sorpasso ai danni di Apple per smartphone venduti. Il leader Samsung è nel mirino. Un buon contributo è venuto dal top di gamma P20 Pro («Oltre 10 milioni di pezzi venduti» aveva detto il ceo della divisione Consumer, Richard Yu, all’Ifa di Berlino) e ora per il gruppo cinese è arrivato il tempo di vedere la mano degli avversari e rilanciare. A Londra Huawei ha presentato la sua nuova gamma Mate, composta quest’anno da Mate 20 e dal modello “flagship” Mate 20 Pro. Il Mate 20 Pro è uno degli smartphone più completi e ambiziosi degli ultimi anni. Lo abbiamo provato in anteprima: ecco com’è.

Huawei Mate 20 Pro: design elegante

La gamma Mate per Huawei è l’equivalente dei Note per Samsung: dispositivi di grandi dimensioni, pensati anche e soprattutto per una clientela business, per chi usa lo smartphone a 360 gradi come un computer da taschino. Con il Mate 20 Pro Huawei però ha lavorato a fondo sul design, creando un modello più raffinato dei precedenti Mate e anche del P20 Pro. Il frontale è, come nelle ultime generazioni di Samsung Galaxy S e Galaxy Note, nel segno di un vetro curvo ai lati che abbraccia una sottile scocca di metallo. Le cornici risultano estremamente ridotte. In alto spicca una “tacca” generosa. Giustificata perché ospita un set di sensori che attivano lo sblocco con il volto del telefono. Il Mate 10 Pro aveva un sensore d’impronta in basso, il 20 Pro no: il sensore finisce sotto il display. È il primo smartphone prodotto in grandi volumi a fare questo passo. La parte più interessante e personale dello smartphone cinese è il retro, dominato da un originale (e a nostro avviso riuscito) blocco fotocamera disposto a quadrato, con il flash led e 3 ottiche, soluzione che l'azienda cinese chiama “Camera Island”. Interessante anche il particolare effetto applicato al vetro posteriore (nella foto sopra), che Huawei battezza “Hyper optical pattern”: oltre ai fini estetici c’è l’obiettivo di ridurre le ditate e rendere il dispositivo meno scivoloso in mano. Cinque i colori della gamma: oro rosa, blu notte, verde smeraldo, nero e il cangiante “Twilight” già visto su P20 Pro (il rosa non dovrebbe arrivare in Italia, gli altri sì).

Huawei Mate 20 Pro: specifiche

Huawei punta a offrire un’esperienza senza compromessi sul Mate 20 Pro: difficile muovere critiche alla scheda tecnica. Display curvo Oled da 6,39 pollici, con risoluzione 3120x1440, formato 19,5:9, supporto all’Hdr. 6 GB di Ram, 128 GB di memoria interna espandibile ma solo con le Nm Card, un nuovo formato proprietario di Huawei che permette di inserire queste particolari schedine in uno dei due slot del Dual Sim (vedremo se e quanto prenderanno piede, alcune perplessità ci sono). Il cuore del sistema è il processore Kirin 980. Uno dei due, insieme all’A12 Bionic di Apple, con processo produttivo a 7 nanometri che consente prestazioni elevatissime e consumi energetici ridotti. Basato su architettura Arm Cortex A76, ha una Gpu (grafica) Mali G76 e una Dual NPU per i compiti legati all’intelligenza artificiale (ne parliamo a parte). La connettività supporta tutti gli standard più recenti: 4G Lte cat. 21 per download fino a 1.4 Gigabit al secondo, Wifi 802.11ac Wave2, Bluetooth 5.0, Gps Dual Band. La batteria è da 4.200 mAh.Il telefono è resistente ad acqua, liquidi e polvere con certificazione IP68.

Huawei Mate 20 Pro: intelligenza artificiale

L’azienda cinese a partire dal Mate 10 Pro ha iniziato a mettere l’accento sul tema dell’Intelligenza Artificiale (IA). Con il Kirin 980  e Mate 20 Pro prosegue su questo percorso. E raddoppia: ora ci sono due NPU (Neural Processing Unit), elementi del processore esplicitamente dedicati alla IA. Gli impieghi possibili sono ampi, ma per ora sono focalizzati sul migliorare foto e video. La Dual Npu può riconoscere fino a 4.500 immagini al secondo, il 134% in più della prima generazione con l’88% di energia necessaria in meno. Sa riconoscere anche i dettagli di una scena e non solo più i contorni dei soggetti, lo fa in maniera più precisa e funziona anche all’interno di video e non solo più nelle foto. Come si traduce questo nel concreto?

A differenza di Mate 10 Pro e P20 Pro, ora il sistema non si limita a impostare una “scena” adatta (tramonto, cielo, natura, etc) ma riconosce fino a 10 livelli di profondità (segmentazione multilayer dell’immagine) garantendo foto più naturali. Il tutto dovrebbe garantire che il Mate 20 Pro non soffra dell’effetto dei colori ultra saturi degli scatti del P20 Pro (un problema per molti, al punto che Huawei nell’ultimo aggiornamento ha disabilito l’attivazione di default della IA nelle foto). I  soggetti, anche in gruppo, sono meglio identificati per applicare gli effetti di sfocato dello sfondo. Nei video il tracking è molto più efficace, permettendo di mantenere il fuoco corretto su, ad esempio, un bambino che si muove nella scena. Inoltre arrivano “effetti speciali” cinematografici. È possibile girare filmati in 21:9 con stili (color grading) quali Vintage, Suspence, Bokeh (soggetto a fuoco, sfondo sfocato) e altri, applicati in tempo reale. Ad esempio si può creare un video con una persona a colori che si muove in uno scenario in bianco e nero. L’effetto, provato, è notevole ed è impressionante pensare che uno smartphone lo possa fare “live” quando si tratta di effetti che di solito necessitano una post-produzione al computer con software professionali.

Huawei Mate 20 Pro: fotocamera

Per foto e video dunque Huawei sfrutta la cosiddetta “fotografia computazionale” che si appoggia ad algoritmi di intelligenza artificiale (o per meglio di “machine learning”). Ma il Mate 20 Pro può comunque contare su un assortimento di ottiche realizzato in parternship con Leica di per sé molto interessante. Il quadrato sul retro allinea, partendo dall’alto a sinistra in senso orario:
— un flash Dual Tone Led
— un grandangolo con apertura f/1.8 da 40 Megapixel (già visto sul P20 Pro)
— un’ottica ultra-grandangolare f/2.2 da 20 Mega pixel
— un tele da 8 Megapixel f/2.4 per lo zoom ottico 3X e ibrido 5X (con bassa/nulla perdita di qualità).

Huawei rinuncia al sensore in bianco e nero nativo (visto sulle serie P e Mate degli ultimi anni) per un’ottica ultra-wide. Soluzione adottata anche sull’Lg V40 (che per ora non si vedrà in Italia) e sui Samsung A7 e A9 appena lanciati: un’idea che offre una grande versatilità in tutte le situazioni, permettendo (almeno in parte) di superare su uno smartphone i limiti dell’assenza di un’ottica zoom da fotocamera. Questa scelta, insieme all’intelligenza artificiale, dovrebbe fare del Mate 20 Pro il nuovo “cameraphone” da battere, raccogliendo il testimone del P20 Pro. Nelle prossime settimane avremo modo di testare sul campo la fotocamera e vi offriremo le nostre impressioni.

Le foto macro sono possibili fino a 2,5 cm di distanza, un record per un telefono.

Huawei Mate 20 Pro: dov'è il sensore?

Mate 20 Pro può offrire anche alcune chicche, mai viste (o quasi) nel settore. Abbiamo già accennato al sensore d’impronta sotto il display. Soluzione che permette di mantenere lo sblocco dal frontale (più comodo che sul retro) senza rinunciare a porzioni di schermo. Ha ancora alcuni limiti tecnologici, di affidabilità e durata, era già stato adottato da altri produttori cinesi (su smartphone non distribuiti in Europa) e sul Mate RS Porsche Design della stessa Huawei. Con il Mate 20 Pro debutta per la prima volta su un modello di ampia commercializzazione. Il sensore sembra funzionare bene, anche se bisogna premere con un po’ di vigore. Più spesso per sbloccare il telefono, ma anche per l’autocompilazione delle password in siti e app, si userà lo sblocco con il volto, grazie a una 3D Depth Sensing Camera analoga a quella adottata sugli iPhone X/XS/XS Max/XR: funziona anche al buio e non può essere ingannata da una semplice foto. I dati biometrici, dice Huawei, vengono immagazzinati su un “elemento sicuro” del processore e non sono mai inviati nel cloud. La camera frontale scatta anche selfie da 24 Megapixel.

Huawei Mate 20 Pro: autonomia e reverse charge

Mate 20 Pro può contare su una batteria da record, 4.200 mAh. L’autonomia, da sempre punto di forza della serie Mate, qui dovrebbe arrivare anche a due giorni di uso medio. C'è anche la nuova ricarica rapida SuperCharge fino a 40W, per portare da 0 al 70% la batteria in soli 30 minuti. E per la prima volta su un prodotto Huawei c’è anche la ricarica wireless, ad alta velocità (15W). La chicca si chiama Reverse charging: Mate 20 Pro può ricaricare altri dispositivi compatibili con la carica wireless. Basti appoggiarli contro il dorso del Mate. Con il semplice contatto può dunque fare da “battery pack” per un altro Mate 20, ma anche per un iPhone X o un Samsung S9 (funziona, l’abbiamo provato e lo vedete nel nostro video hands-on). Mate 20 Pro permetterà di fare da basetta di ricarica anche le nuove Freebuds, auricolari wireless (molto, molto) simili alle AirPods Apple.

Huawei Mate 20 Pro: software

Mate 20 Pro arriva con il sistema Android Pie 9.0, personalizzato con l’interfaccia Emui 9.0. La Emui è stata rivista da Huawei, benché a livello strettamente estetico (coerenza delle icone, stile dell’area notifiche, qualità e varietà degli sfondi) restino ancora margini di miglioramento rispetto alle soluzioni dei principali concorrenti. Tuttavia diventa più fluida e reattiva tanto nell’uso quotidiano quanto nell’apertura delle app. Le impostazioni sono state razionalizzate e le categorie ridotte di numero. Per un uso business e/o evoluto, il Mate 20 Pro ora ha due punti di forza in più. Huawei Share mostra anche le stampanti wireless e mandare in stampa un documento è molto più facile. E poi c’è la modalità pc, che debuttò sul Mate 10 Pro, ora non ha bisogno di basette né di cavi. Sfrutta lo standard Mirrorlink per attivare su un tv o monitor compatibile una modalità desktop, con le app gestibili dal Mate 20 Pro che a sua volta si trasforma in un touchpad.

Huawei Mate 20 e Mate 20 Lite

Quella Mate è una famiglia di prodotti, ben differenziati tra loro. Nelle scorse settimane ha debuttato nei negozi il Mate 20 Lite, prodotto di fascia medio/medio-bassa (349 euro). Sotto al Mate 20 Pro si colloca invece il Mate 20 che però, a parte nome, processore Kirin 980 e “quadrato delle fotocamere”, non ha molto in comune con il 20 Pro. Quasi tutte le specifiche sono "riscalate" verso il basso. Anche il design frontale è diverso: Mate 20 è più grande e più largo, ha uno schermo da 6,53 pollici a risoluzione più bassa (Full HD+, 2244x1080), un poco invasivo notch “a goccia” e niente sblocco 3D con il volto. La Ram è da 4GB, la batteria un po’ più piccola (4.000 mAh) con ricarica meno veloce (22.5 W). Anche la fotocamera è ridimensionata: le due ottiche grandangolari del Pro da 40/20 Megapixel qui diventano 12/16 Megapixel. La certificazione contro acqua e liquidi è IP53 contro IP68 del Pro. Manca anche il sensore d’impronte sotto il vetro, spostato in maniera più canonica sul retro.

Huawei Mate 20 Pro: prezzi e disponibilità

Mate 20 Pro arriva a inizio novembre a 1.099 euro. Un prezzo giustificato dalle caratteristiche che abbiamo raccontato ma sicuramente ambizioso per Huawei, che con questo modello vuole dare l’assalto alla fascia ultra-premium (sopra gli 800 euro) finora dominata da Apple e in seconda battuta da Samsung. Il modello Mate 20 costerà invece 799 euro.

Huawei Watch GT

                         

Huawei torna a riprovarci anche nel mercato degli indossabili. Watch GT è il terzo smartwatch della casa cinese ma stavolta niente sistema Android Wear, che partito tra grandi aspettative sta nei fatti uscendo di scena (solo Lg tra i “big” sembra insistere). Huawei si è fatta un sistema proprietario che contribuisce all’aspetto più interessante di questo Watch GT: l’autonomia extra-lunga. Huawei parla di 2 settimane con sensore di battito cardiaco attivato e 90 minuti di esercizio al giorno (fino a 22 ore in “modalità maratona” con tutti i sensori e Gps attivo). L’autonomia può addirittura arrivare fino a 30 giorni con notifiche attive, ma Gps e sensore di battito disattivati. Durate da confermare ma che permetterebbe di partire per una vacanza di una settimana senza l’assillo di ricariche. Risultati raggiunti anche grazie alla particolare architettura a doppio chipset, uno a bassa velocità e uno ad alta (e alto consumo), che si attiva solo per le app che richiedono più potenza. Il design è classico, con cassa circolare in acciaio e display Amoled tondo da 1,39 pollici. Ovviamente non manca l’attenzione per allenamenti e fitness, che possono giovarsi anche di un Gps Tri-band con i tre sistemi (Gps, Galileo, Glonass) utilizzabili in contemporanea per un posizionamento più accurato.

 

 

 

 

 
A ottobre sarà lanciato il Galaxy A9 Star Pro con quattro sensori posteriori, insieme al nuovo A7. L'attesa maggiore è per novembre quando ci sarà la presentazione dello smartphone con display pieghevole atteso ormai da anni. Stampa E-mail
Venerdì 12 Ottobre 2018 08:45

Samsung, in arrivo uno smartphone con quattro fotocamere (e il primo con schermo pieghevole)

 Ma potrebbe essere in vendita solo dal 2019

 

 Dopo la presentazione in agosto del Galaxy Note 9 con pochi grandi cambiamenti rispetto al predecessore, l’autunno rappresenterà per Samsung una stagione di nuovi modelli che porteranno una ventata di novità indispensabile all’azienda coreana per rimanere leader mondiale nella vendita di smartphone, rispondendo anche al recentissimo lancio dei nuovi iPhone. La prima occasione sarà già l’11 ottobre quando sarà lanciato il Galaxy A9 Star Pro: secondo le indiscrezioni che si basano anche sul misterioso annuncio dell’azienda «4X Fun» utilizzato per presentare l’evento, potrebbe trattarsi del primo modello con ben quattro fotocamere posteriori, posizionate verticalmente a lato del sensore per impronte digit

I concorrenti

Con questa mossa Samsung andrebbe a superare come numero di sensori il Huawei P20 Pro che ne possiede «solo» tre. Mentre indiscrezioni parlano di 4 fotocamere sul prossimo modello del colosso cinese: il Mate 20 Pro. A battere ogni record però potrebbe pensarci Nokia con un dispositivo da addirittura cinque sensori. Le quattro fotocamere, nel caso del Samsung Galaxy A9 Star Pro, saranno poste in verticale, sull’angolo sinistro del retro del telefono. Sotto, il flash. Mentre al centro rimane soltanto il sensore delle impronte digitali. Ancora nessun dettaglio sulle specifiche.

ali, che sarebbero un passo in avanti per provare ad avvicinarsi alla qualità fotografiche offerte dalle reflex.

Arriva anche l’A7

Ma le novità di Samsung non si limitano solo alla fotocamera: sull’A9 Star Pro ci dovrebbe essere anche un pulsante dedicato all’assistente virtuale Bixby e il lato posteriore dovrebbe essere leggermente curvo. La cosa da notare è che questo nuovo modello non apparterrà alla fascia dei top di gamma, ma bensì a quella media, con un prezzo intorno ai 580 dollari. Nello stesso evento ci sarà però spazio anche per un secondo dispositivo: si dovrebbe trattare dell’A7 dotato di tre fotocamere posteriori e che potrebbe disporre di un sensore per impronte digitali posizionato non più sul retro, ma bensì sulla cornice laterale dello smartphone.

A novembre arriva il pieghevole

Ma la grande attesa rimane per novembre, quando dovrebbe essere finalmente presentato al mondo lo smartphone pieghevole di Samsung. Lo stesso Ceo dell’azienda DJ Koh, che ne aveva parlato al Corriere come di un «dispositivo unico e diverso», ha detto che sarà svelato entro la fine dell’anno, ma molto probabilmente non sarà in vendita fino al 2019. La storia di quello che è conosciuto come Galaxy X, ma secondo altri potrebbe chiamarsi anche Galaxy F o Winner, è fatta di indiscrezioni che si susseguono a partire dal 2011 in poi, quando per la prima volta se ne parlò. Ma se nei primi anni le voci non avevano avuto riscontro, negli ultimi tempi sono state messe in fila una serie di indiscrezioni che hanno portato a pensare a uno sviluppo molto più concreto del dispositivo. Tra queste, lo studio di un display Oled in grado di piegarsi, come anche quello di una batteria con la stessa caratteristica. Dal punto di vista delle specifiche tecniche non si conosce davvero alcun dettaglio: alcuni parlando di un display da 7,3” che lo avvicinerebbe alle dimensioni di un tablet. Forse ci si può spingere a dire quello che non ci sarà, cioè il Gorilla Glass utilizzato per proteggere il display degli smartphone, ma che sembra inconciliabile con le esigenze di flessibilità richieste da un dispositivo pieghevole. Mistero anche intorno al prezzo di vendita che potrebbe rappresentare un record: in estate il Wall Street Journal ha parlato di una cifra intorno ai 1.500 dollari, ma altre voci la considerano come una stima al ribasso. Quello che sembra certo è che il dispositivo potrebbe scatenare una corsa al lancio di smartphone pieghevoli sul mercato, con Huawei che da tempo è in prima fila (anzi, seconda) su questo progetto.

 

FONTE Enrico Forzinetti CORRIERE.IT

 
NEW YORK (Reuters Breakingviews) Stampa E-mail
Lunedì 08 Ottobre 2018 10:46

Facebook is late to fight second existential crisis

 Sheryl Sandberg, Chief Operating Officer of Facebook speaks at the WSJD Live conference in Laguna Beach, California October 25, 2016. REUTERS/Mike Blake

 Facebook is late to fighting an existential threat for the second time in its 14-year life. Poor security, low-quality content and excessive advertising are as big a danger to Mark Zuckerberg’s company as the 2012 growth of mobile. Facebook finally appears focused on the threat, but it won’t be as easy to solve via acquisitions and improved apps.

The social network’s value comes from holding the attention of its many customers. That’s what advertisers follow, but the converse isn’t true, which is why mobile’s growth before Facebook’s IPO frightened the firm. The app was clunky, and upstarts built around mobile photography, such as Instagram, threatened the company’s desktop-predominant audience.

What followed was a massive, successful response. Zuckerberg spent $1 billion for Instagram when it had no revenue. Likewise he frantically tried to make Facebook’s core app user-friendly. Now Instagram is worth an estimated $80 billion, according to a Breakingviews analysis in April, while over 90 percent of Facebook’s advertising revenue is mobile.

Recent news that hackers stole codes permitting them to log into nearly 50 million accounts is the latest warning the company’s size and complexity may render it too difficult to control. Regulator trust has dissipated – the Federal Trade Commission, Federal Bureau of Investigation, Department of Justice, Securities and Exchange Commission and 37 state attorneys general are probing the company. Watchdogs worldwide are circling, and the firm may face a fine of up to 4 percent of annual revenue in Europe for its recent hack.

Zuckerberg’s outfit is taking action. It has deleted over 1 billion fake accounts, doubled the number of employees working on safety and security to 20,000 and hired Nathaniel Gleicher -  formerly with the National Security Council - to run its efforts. Zuckerberg even says the firm is “investing so much in security that it will significantly impact our profitability.”

Past success suggests its efforts shouldn’t be dismissed. Figuring out how to protect a site of over 2 billion users is extremely difficult, as its size and influence make it a tempting target for the most sophisticated hackers. User trust is difficult to regain once lost. And scaling back advertising could slow revenue growth further. Facebook’s crisis is as real as can be.

 

SOURCE ROBERT CYRAN REUTERS.COM

 
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