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L’applicazione per il benessere completamente ridisegnata grazie alla collaborazione con l’Organizzazione mondiale della sanità e l’American Heart Association Stampa E-mail
Lunedì 10 Dicembre 2018 19:37

App, com’è il nuovo Google Fit: addio contapassi, ci sono i «punti cardio»

 

Più attivi, più sani. Al ritorno dalla vacanze c’è bisogno di rimettersi in forma, soprattutto se durante le ferie avete peccato di gola. Avete bisogno di una mano? L’onnipresente Google ha appena lanciato una versione rinnovata di Google Fit, la sua app per tenere monitorata l’attività fisica. State pensando che l’azienda del motore di ricerca, non contenta di sapere tutto delle nostre attività in Rete, lo faccia perché è avida di accumulare preziosi «big data» sul nostro stato di benessere? A pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Google da parte sua afferma di aver lavorato con per «capire la scienza che sta dietro il fitness» e «aiutare le persone a praticarne la quantità necessaria con la giusta intensità».

 

 

Per questo Fit, disponibile per Android e dispositivi indossabili Wear (non per iPhone, ma arriverà), sostituisce il classico contapassi con nuovi parametri: minuti di attività e punti cardio. Quest’ultimo è un valore che si accumula con attività che fanno salire il battito cardiaco.
Un punto per ogni minuto di camminata veloce, due punti al minuto per sforzi più intensi come la corsa. Ovviamente sono previsti molti altri tipi di attività e allenamento. E non manca l’integrazione con altre app fitness, da Strava a Runkeeper, da Endomondo a MyFitnessPal. Secondo l’Oms bastano 30 minuti di camminata veloce, 5 giorni a settimana, per ridurre il rischio di malattie cardiache, migliorare il sonno e aumentare il benessere complessivo. E se lo dice l’Oms è ora di alzarsi dal divano.

 

FONTE PAOLO OTTOLINA CORRIERE.IT

 
I SEGRETI RIVELATI Stampa E-mail
Domenica 09 Dicembre 2018 13:10

I 10 errori da non fare assolutamente
per preparare un risotto perfetto

 

Non sbagliate pentola

Il risotto è uno dei piatti più preparati e amati della tradizione italiana. Eppure farlo bene non è semplice, ci sono alcuni errori comuni, commessi con frequenza, che mettono a rischio l’ottima riuscita delle vostre ricette. Iniziamo dalla pentola. Un risotto perfetto deve cuocere in modo uniforme. Per questo dovete scegliere il tegame giusto, né troppo alto e né eccessivamente stretto: l’ideale è uno largo e a pareti medie, che contenga agevolmente riso e brodo in uno strato alto due o tre dita.

Il riso

Non tutti i risi sono uguali. Per fare un risotto buono è indispensabile scegliere la qualità adatta: Arborio,

Lavarlo o no?

Il riso crudo non va lavato (come molti suggeriscono), perché in questo modo i chicchi disperdono molte delle loro sostanze e viene meno la loro consistenza, così è facile che si sfaldino durante la cottura.

Il soffritto

La cipolla e lo scalogno utilizzati non devono mai essere più grandi nei chicchi di riso o la cottura non sarà ottimale. Devono essere fatti appassire dolcemente, senza che prendano colore. Il modo migliore per ottenere questo risultato è bagnarli poco a poco di brodo caldo. Fate in modo, comunque, che alla fine il soffritto rimanga piuttosto asciutto.

La tostatura

Il risotto deve essere tostato all’inizio della cottura. Non abbiate paura, non brucia.

L’alcol

Sfumate sempre con dell’alcol: vino, liquore o quello che preferite. Vi consentirà di sgrassare i chicchi dopo averli tostati.

Il brodo bollente

Il brodo va aggiunto al riso poco per volta, e soprattutto deve essere bollente.

La mantecatura

Non mantecate il vostro risotto sul fuoco, ma unite del burro sciolto in un cucchiaio di brodo caldo, oppure di vino, e mescolate lentamente fuori dai fornelli muovendo la padella.

Mai riscaldarlo

A meno che non vogliate fare un timballo, il riso non va riscaldarlo. È un piatto che va preparato al momento, subito prima di portarlo a tavola.

Il piatto

Il piatto su cui servite il risotto non deve mai essere caldo, altrimenti non fermerete la cottura dei chicchi.
 
 
FONTE  Gabriele Principato CORRIERE.IT

 
AIRC 2018 Stampa E-mail
Venerdì 07 Dicembre 2018 11:26
 
E' un messaggio in chiaroscuro quello che emerge dal 52esimo Rapporto Censis Stampa E-mail
Venerdì 07 Dicembre 2018 11:22

Italiani spaventati e incattiviti

 

Nell'Italia del 2018 "la ripartenza non c'è stata" ma ciò nonostante la nostra società "in realtà, per quanto frammentata, poco incline a spingere in avanti il Paese nella sua interezza, ha trovato in sé l’energia sufficiente per adattarsi ai tempi e alle regole del progresso economico, ha creduto anche all’ultimo residuo di quella cultura progettuale e riformista che pure tanti danni ha fatto nella storia del nostro Paese ma che garantisce almeno linee d’intersezione attorno alle quali aggregare energie positive, sia economiche che sociali". E' un messaggio in chiaroscuro quello che emerge dal 52esimo Rapporto Censis, che segnala come "nel sottofondo delle dinamiche collettive" si vede una "efficacia dei processi in atto" che "conferma l’antica verità che solo le risoluzioni delle crisi inducono uno sviluppo".

Quella descritta nel 'Rapporto 2018 sulla situazione sociale del Paese' è una Italia - spiega il Censis - alle prese con "un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo" e nella quale si accentuano "lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi d’immigrazione". L'insicurezza sembrerebbe la parola chiave per descrive la nostra società, dove l'assistenza viene "interamente scaricata sulle famiglie e sul volontariato", dove le istituzioni formative sono alle prese con "un vistoso calo di reputazione", dove si accentua "il cedimento rovinoso della macchina burocratica pubblica e della digitalizzazione dell’azione amministrativa".

LE TRASFORMAZIONI - In questo scenario, insomma, secondo il Censis "verrebbe da pensare che tutto arretra" con gli italiani "incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro". E invece, spiega l'istituto, magari lontane dalle luci della ribalta ci sono "lente e silenziose trasformazioni, movimenti obliqui" che "preparano il terreno di un nuovo modello di perseguimento del benessere e della qualità della vita".

L'Italia registra, ad esempio, "il consolidarsi di una positiva bilancia commerciale della tecnologia, il primato nell'economia circolare, l’affermarsi dei tanti soggetti dell’economia esplorativa, il prepotente e drammatico ritorno di attenzione sull’economia della manutenzione". E a livello intermedio - aggiunge - "si rinnova anche il ruolo della rappresentanza" anche se, in questo ecosistema, "ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale". Il vero nodo - sembra essere l'indicazione che emerge dal rapporto - è che in questo sistema sociale, "attraversato da tensione, paura, rancore" si "guarda al sovrano autoritario" mentre "il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con un’interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranità nazionale".

LA CLASSE DIRIGENTE - Il Censis punta il dito contro la "politica dell’annuncio" quando a quest'ultimo manca "la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al proprio progetto". Ma se "ignorare il cambiamento sociale è stato l’errore più grave della nostra classe dirigente del trascorso decennio, l’errore attuale rischia di essere quello di dimenticare che lo sviluppo italiano continua ad essere diffuso, diseguale".

Di qui, l'invito a "un dibattito serio sull’orientamento del nostro sviluppo e sulla capacità politica di definirne i nuovi traguardi". Perché all'Italia di oggi, dice il Censis, "basterebbe una responsabilità politica che non abbia paura della complessità, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi".

LA RABBIA - Inoltre, soltanto un italiano su cinque ha un atteggiamento positivo sul momento che vive; per il resto, prevalgono rabbia, disorientamento, pessimismo. Su 100 italiani, riferisce l'indagine del Censis, 30 si dicono "arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle"; 28 "disorientati" in quanto ammettono di "non capire cosa stia accadendo"; 21 vedono "negativo: le cose andranno sempre peggio"; e soltanto altri 21 guardano invece alla realtà con uno stato d'animo "positivo" in quanto "viviamo un'epoca di grandi cambiamenti" e riferiscono di "avere fiducia nel futuro".

Indiretta conferma arriva da un altro dato presente nel Rapporto Censis: due italiani su tre sono convinti che "non ci sia nessuno a difendere interessi e identità" e dunque sono costretti a farlo "da soli". Se il 64% la pensa così, la percentuale si impenna a quota 72 fra coloro che hanno un basso titolo di studio, a 71 per chi ha redditi bassi, a 67 fra i residenti al Sud e nelle due Isole, a 65 fra le donne.

LA POLITICA - Per metà degli italiani i politici sono tutti uguali e per oltre la metà, in Italia niente cambia: è il 'sentimento politico' rilevato dal Censis. A esprimere quella che un tempo si sarebbe definita come una considerazione 'qualunquista' - ovvero che "i politici sono tutti uguali" - è il 49,5% degli italiani e la percentuale supera la metà di loro nel caso di persone con reddito basso (54,8%), donne (52,9%), giovani tra i 18 e i 34 anni (52,5%), chi ha un basso titolo di studio (52,2%) e i meridionali (50,6%).

Quanto ai pessimisti per i quali "le cose in Italia non stanno cambiando", in media il 56,3% degli italiani, in testa risultano essere di gran lunga gli studenti (73,1%) seguiti a distanza dagli anziani ultra 65enni (62,2%), dai residenti nel Nord-Ovest (60,7%), dalle donne (60,2%), dai laureati (60,2%) e da coloro che percepiscono redditi medio-bassi (58,1%).

IL RANCORE - "Dopo il rancore, la cattiveria" titola il Censis il capitolo del suo Rapporto annuale dedicato alle radice del 'sovranismo psichico', sottolineando che "gli italiani sono diventati nel quotidiano intolleranti fino alla cattiveria" e quindi "la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere un sovranismo che si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani", che dimostrano una "consapevolezza lucida e disincantata che le cose non vanno e più ancora che non cambieranno".

Per uscire da questa situazione, "gli italiani sono ormai pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d'ora si era visto" e allora mostrano una "disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall'esito incerto, non importa se l'altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche".

L'EUROPA - Dei 28 Paesi dell'Unione europea, l'Italia è quello meno convinto che l'appartenenza all'Ue abbia portato benefici. Un dato inferiore anche a quello della Gran Bretagna prossimo alla Brexit. Soltanto il 42% degli italiani ritiene che far parte dell'Unione europea sia "una buona cosa", rispetto alla media del 62% degli altri membri, si riporta nel rapporto, che ha elaborato dati dell'Eurobarometro.

Per un'importante fetta di italiani - il 37% - far parte dell'Unione europea "è una cosa né buona né cattiva" (25% media Ue) mentre per il 18% "non è una buona cosa" (11% media Ue). Il 3% non sa (2% media europea).

 

FONTE ADNKRONOS.COM

 
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