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Da una parte, si tratta di un buon sistema di sicurezza, dall’altra sono comunque molte le applicazioni non verificate e che non rispettano le regole Stampa E-mail
Sabato 03 Febbraio 2018 10:43

Google ha eliminato e respinto 700mila app dal Play Store

 

 

Una notizia positiva e una negativa. Da una parte Google ci tiene alla sicurezza del suo app store, dall’altra sono tantissime le applicazioni non verificate e che non rispettano le regole.  

700mila applicazioni eliminate e respinte, è sinonimo di un buon sistema di selezione, capace, tra l’altro, di migliorare nel tempo. Infatti, i dati del 2017 rappresentano un record mai raggiunto prima (70% in più rispetto al 2016). Ma allo stesso tempo, si tratta comunque di un numero molto alto, su un totale di 3,5 milioni di app presenti nel negozio.  

Un altro aspetto inquietante poi, lo si può rilevare leggendo con attenzione il comunicato stampa ufficiale , con cui Google ha reso disponibili queste informazioni. «Non abbiamo soltanto rimosso le applicazioni, ma siamo anche capaci di agire prima della loro effettiva presenza sul Play Store. Il 99% delle app è stato cancellato prima che qualcuno le possa installare», scrive Andrew Ahn, Product Manager di Google Play. Insomma, è quel 1% ad essere preoccupante: circa 7mila app che avevano superato i controlli e che, prima di essere eliminate, potevano essere installate dagli utenti.  

Ma quali sono le applicazioni eliminate o respinte? Più di 250mila sono copie di altre applicazioni più famose, create con l’obiettivo di intercettare il traffico di prodotti più celebri. Decine di migliaia invece, sono quelle che contengono contenuti pornografici e violenti o creati per diffondere attività illegali. Infine, i malware: il numero non è specificato, ma si tratta di applicazioni che contengono software progettati per compiere frodi con Sms, installare Trojan e mettere in atto azioni di phishing.  

E come fa notare il sito web BGR, il problema non è tanto di Google Play, ma di Android: un sistema operativo per cui è molto semplice sviluppare software. E proprio questa caratteristica, sarebbe la vera causa di un numero così alto di applicazioni non verificate.  

Ad esempio, scrive la stessa BGR, il numero di sviluppatori bocciati dal negozio (100mila) è veramente troppo alto per non essere un problema per il sistema operativo di Google.  

 

 
Dal Giappone alla Cina, dall'India agli Stati Uniti, la criptomoneta è al centro di controlli e indagini da parte di governi e banche centrali. Stampa E-mail
Venerdì 02 Febbraio 2018 12:20

Bitcoin, ancora un crollo: sotto assedio dalle autorità centrali

E anche Facebook ha deciso che non accetterà inserzioni per promuovere l'acquisto di moneta virtuale. Le quotazioni a un passo dagli 8mila dollari, contro i 20mila di dicembre.

 

 Facile ora parlare di bolla "bitcoin": la moneta virtuale manda in archivio la peggiore settimana dal 2013, con l'ennesimo crollo delle quotazioni, a un passo dalla quota degli 8mila euro. Una caduta verticale dai massimi del dicembre scorso, quando la criptocurrency è arrivata a toccare i 20mila euro per ogni bitcoin. E siccome gli scambi si fanno in due, in quest'ultimo mese e mezzo c'è il rischio che qualcuno abbia subito perdite consistenti, visto che la perdita di valore ha toccato ormai il 55 per cento dai massimi. Anche perché gli operatori finanziari parlano ormai di una sorta di "fuga da panico".

C'è chi ha fatto notare come la retromarcia sia iniziata da quando è stato possibile "scommettere" sul valore del bitcoin attraverso prodotti derivati, quotati alla borsa delle commodities di Chicago. In pratica, da quando è stato possibile puntare anche al ribasso, utilizzando la leva finanziaria. Una ulteriore speculazione che ha inevitabilmente colpito la moneta virtuale che aveva guadagnato più del 900 per cento dall'inizio del 2016.

In realtà, quello che ha scatenato l'ondata di vendite degli ultimi giorni è anche altro. Non passa giorno senza che si inaspriscano i controlli delle autorità, siano governi siano banche centrali, nei confronti del bitocin e della sua "governance": sia per il moltiplicarsi di casi di truffe, sia per i timori che venga utilizzato per attività di riciclaggio, sia per fissare regole che diano stabilità agli scambi ed evitare che si trasformi in un pericolo per gli investitori. E' il caso dell'India, che ha dato via a una serie di stretta sulla regolamentazione. Oppure della Cina, che ha imposte regole severe fin dal settembre scorso e ora ha vietato gli scambi.

Ma anche del Giappone, dove sono in corso gli interventi ordinati in Giappone dall'autorità di controllo sui servizi finanziari agli uffici della piattaforma di scambio Coincheck: la piattaforma online di cripto valute vittima lo scorso fine settimana di un attacco informatico che ha causato una perdita di 58 miliardi di yen, oltre 430 milioni di euro. "Abbiamo deciso di condurre l'accertamento per tutelare gli utenti e valutare l'attuale livello di protezione presente", ha spiegato il ministro delle Finanze Taro Aso dopo un incontro del Gabinetto di governo.

Del tema bitcoin si parlerà anche alla prossima riunione del G20: i governanti delle grandi economie del globo hanno raccolto gli inviti arrivati sia dalla Bce che dalle Sec (la banca centrale statunitense) per dotarsi di regole comuni. Quando di ritroveranno a fine marzo, cercheranno di trovare una intesa. "Bisogna garantire la sicurezza dei risparmiatori da un rischio speculativo", ha detto di recente il presidente francese Emanuel Macron. "Vedremo assieme agli altri membri del G20 come regolamentarlo".

 

Fonte luca pagni repubblica.it

 
Venerdì 2 febbraio le donne sono invitate a indossare simbolicamente qualcosa di rosso, e il Monzino ricorda a tutte: siete diverse, prendetevi a cuore e non dimenticatevi la mente. Stampa E-mail
Giovedì 01 Febbraio 2018 16:17

 

Il Centro Cardiologico Monzino, primo in Italia a dotarsi di un centro dedicato interamente al cuore delle donne (Monzino Women), aderisce al Wear Red Day, Giornata Mondiale promossa dall’American Heart Association per sensibilizzare il mondo femminile sul proprio rischio cardiovascolare.

Le donne sono diverse, anche di fronte alla malattia cardiovascolare. A partire dalla consapevolezza dei propri fattori di rischio, differenti da quelli maschili, fino alla terapia a cui arrivano con ritardo perché sottovalutano i primi segnali di malattia. Lo evidenziano i numeri: il 38% delle donne che ha avuto un infarto perde la vita entro un anno, rispetto al 25% degli uomini; il 35% delle donne con infarto ne avrà un altro entro un anno, contro il 18% degli uomini. Eppure, come dimostrano anche studi recentissimi, in presenza di terapia appropriata, la cura nella donna può essere efficace tanto quanto nell’uomo. Perché questa disparità nei dati? «Abituate a sopportare il dolore e più propense a prestare attenzione agli altri - mariti, figli, familiari - piuttosto che a loro stesse, le donne troppo spesso non prestano importanza alle prime avvisaglie di un problema cardiovascolare e si presentano dal cardiologo tardi, quando la malattia è già avanzata e quindi più difficile da trattare» - spiega Elena Tremoli, Direttore scientifico del Centro Cardiologico Monzino-. Ma non solo: «Osserviamo che anche dopo un evento cardiovascolare la donne tendono a non dare importanza alle terapie, mettendo più a rischio la propria salute e favorendo il ripresentarsi della malattia».

Un problema che ha origine anche da una mancanza di consapevolezza. Sette donne su dieci ritiene l’infarto un problema per lo più maschile, trascurando prevenzione e diagnosi precoce. Ma le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità e malattia nelle donne con più di 50 anni. Per questo la donna ha bisogno di un’attenzione più speciale, a partire dalla prevenzione. «Ancora troppe poche sanno per esempio che oltre ai fattori di rischio comuni a tutta la popolazione (familiarità, fumo, ipercolesterelomia, ipertensione, sovrappeso, diabete, solo per citarne alcuni) le donna ne ha di specifici» - sottolinea Daniela Trabattoni, responsabile di Monzino Women - «Per esempio certe problematiche ginecologiche, i trattamenti per il tumore del seno, e alcuni aspetti psicosociali possono aumentare in modo significativo il rischio cardiovascolare». Diversi studi evidenziano che stress, ansia, depressione sono un pericolo maggiore per le donne rispetto agli uomini: i vasi periferici femminili in condizioni di stress prolungato, invece di dilatarsi e consentire un maggiore afflusso di sangue al cuore, si restringono ostacolando il flusso sanguigno e ciò si traduce in un maggiore rischio di ischemia e infarto.

Le donne devono essere dunque sensibilizzate e accompagnate in un percorso specifico di prevenzione, diagnosi precoce e cura delle malattie cardiovascolari. «Per questo più di un anno fa abbiamo avviato Monzino Women, un centro che offre concretamente questo percorso affiancandolo a un’attività di ricerca scientifica» -dichiara Daniela Trabattoni- «I dati preliminari delle prime cento donne visitate al Monzino Women, tutte senza sintomi né precedenti eventi cardiovascolari, confermano un quadro che richiede tutta la nostra attenzione: il 30% presenta fattori di rischio elevato, soprattutto ipertensione e ipercolesterolemia e abbiamo rivelato una presenza così significativa di ansia, depressione e stress, che abbiamo deciso di indagare ulteriormente i fattori di rischio psicosociale anche attraverso una ricerca ad hoc». «Ma abbiamo bisogno del supporto di tutta la società civile e della comunità medica – conclude Elena Tremoli - perché il problema è anche culturale: se da un lato nelle pratiche cliniche attuali si dovrebbe prestare più attenzione anche agli aspetti psicosociali, dall’altro anche le donne devono sapere che mente e cuore sono più collegati di quanto si possa immaginare e il loro benessere strettamente connesso».

 

 
Non soltanto scimmie sottoposte ai test per verificare gli effetti dei gas di scarico. I colossi tedeschi dell'auto si difendono. Ma cade la prima testa in Volkswagen. E arriva la condanna dell'Europa. Stampa E-mail
Giovedì 01 Febbraio 2018 16:02

Cavie umane, le cose da sapere sullo scandalo in Germania

 

Scimmie, ma anche esseri umani. Utilizzati come cavie per testare gli effetti dei gas di scarico.

Lo scandalo che ha travolto i colossi tedeschi dell'auto porta con sé le prime, pesanti, ripercussioni.

Volkswagen ha sospeso Thomas Steg, responsabile del gruppo per la sostenibilità e le relazioni esterne dal suo incarico fino a quando non sarà fatta piena chiarezza.

E anche la Commissione europea, attraverso il portavoce Margaritis Schinas, ha pesantemente condannato il comportamento che le aziende tedesche avrebbero messo in autto e di cui nessuna si è finora assunta la paternità.

1. La difesa dell'università: «Ricerca a tutela dei lavoratori»

Il caso delle cavie umane, rivelato dalla Süddeutsche Zeitung e dallo Stuttgarter Zeitung, ha scatenato una nuova bufera sull'auto tedesca, già ammaccata dal Dieselgate. Anche Angela Merkel si è unita al coro dell'indignazione generale, definendo certe pratiche «eticamente ingiustificabili».

Al chiarimento sollecitato dalla cancelliera e dai vertici di Volkswagen Daimler e Bmw, finiti nella tormenta, l'università di Aquisgrana ha risposto però difendendo lo studio svolto nelle sue strutture.

La ricerca era stata concepita «a tutela dei lavoratori delle fabbriche», e aveva avuto «l'approvazione del comitato etico dell'ateneo».

I soggetti testati sono stati sottoposti «a una concentrazione di gas ben inferiore rispetto a quella esistente sui posti di lavoro».

2. Le case automobilistiche spalle al muro: «Test contrari ai nostri valori»

Una risposta che almeno cancella il dubbio che l'industria tedesca avesse promosso la ricerca, per scagionarsi dalle manipolazioni delle emissioni.

I due quotidiani hanno riferito di 25 persone sottoposte alle emissioni del diossido di azoto nell'ambito dei test promossi dalla Società di Ricerca europea per l'Ambiente e la salute nei trasporti, Eugt, fondata proprio dai tre colossi dell'auto, (uno strumento della potente lobby tedesca sciolto nel 2017, dopo il Dieselgate).

Daimler ha subito preso le distanze, affermando di «non aver inciso in alcun modo sui tests» e di voler aprire un'inchiesta per capire «come si sia potuto arrivare a questo». Questi esperimenti sono «contrari ai valori del nostro gruppo», ha anche affermato. Anche Bmw ha affermato di essere del tutto estranea allo scandalo.

3. Scimmie richiuse in vetrina e sottoposte alle emissioni: Volkswagen si scusa

Posizione che le due case automobilistiche avevano già assunto sul caso delle scimmie rinchiuse in vetrine per ore e sottoposte alle emissioni.

Volkswagen, che invece in quel caso si era scusata definendo il metodo «un errore di alcuni», ha lasciato parlare Dieter Poetsch, il presidente del Consiglio di sorveglianza, il quale ha definito gli esperimenti sugli animali «del tutto inaccettabili».

Il policlinico universitario Rwth di Aquisgrana ha provato a sgomberare il campo almeno da questo equivoco: commissionato nel 2012 e realizzato fra il 2013 e il 2014, lo studio in questione «non ha avuto nulla a che fare col Dieselgate» e neppure coi tests sulle scimmie.

4. Diossido di azoto: i danni alla salute certificati da Oms e Iarc

A motivare la ricerca (i risultati sono stati pubblicati nel 2016) era la tutela dei lavoratori nelle fabbriche.

I soggetti umani sono stati esposti a concentrazione di diossido di azoto pari a 0,01, 0,5 e 1,5 parti per milioni (ppm), un livello inferiore rispetto all'habitat delle fabbriche).

Dopo quattro settimane in ognuno dei partecipanti sono state misurate funzionalità polmonari, segnali d'infiammazione nel sangue, in secrezioni nasali, saliva e respiro.

E nessun è rimasto danneggiato, per l'università.

Per l'Oms il diossido d'azoto provoca effetti sulla salute se inalato a livelli superiori a 2 ppm. Che gli scarichi dei diesel facciano parte del gruppo 1 delle sostanze cancerogene, quello per cui ci sono più evidenze, lo decreta invece una monografia della Iarc, l'agenzia Onu per la ricerca sul cancro, pubblicata nel giugno del 2012.

 

fonte lettera43.com

 
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