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A Roma rimpasto in vista. E a Ragusa debutta il ticket Di Maio-Di Battista Stampa E-mail
Mercoledì 02 Agosto 2017 06:46

Il risiko delle poltrone in Campidoglio. Casaleggio: via alla fase due, basta scuse

 

L’addio di Andrea Mazzillo è questione di ore. È lo scalpo che i vertici del M5S e gli uomini di Davide Casaleggio pretendono da Virginia Raggi per dimostrare che è in grado di tenere in mano il comando del Campidoglio e dare inizio a quella sterzata che le chiedono da tempo. Ora o mai più, è il messaggio recapitato alla sindaca: «Virginia adesso ci vuole un cambio di passo vero, devi iniziare la fase 2. È passato un anno, non abbiamo più scuse». Sono parole definitive pronunciate allo stesso modo da Casaleggio, da Luigi Di Maio e i deputati-tutor Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede. 

Ieri nelle chat dei grillini che si occupano di Roma è girato nervosamente l’editoriale di Antonio Padellaro sul Fatto, un giornale che rispecchia la pancia dell’elettorato del M5S e che agli occhi dei 5 Stelle funziona da sentinella. Il titolo è esplicito: «Ultima occasione per la sindaca». Padellaro non si risparmia e consiglia a Raggi di sfruttare il mese di agosto per salvare Roma ed evitare di affondare assieme alla città. Per Di Maio e Casaleggio è il campanello d’allarme definitivo. Questa volta però pure Raggi sembra reattiva, pronta ad assumere di persona iniziative muscolari contro un suo fedelissimo come Mazzillo, anche a costo di dover affrontare la corsa alla chiusura del bilancio di consolidamento, a fine settembre, senza l’assessore che ne ha seguito l’iter.  

La frattura su Atac e la cacciata di Mazzillo sono l’occasione per un rimpasto di giunta che segnerà l’avvio della tanto agognata fase 2. Che prevede una moltiplicazione delle poltrone. Lo schema delle prossime mosse è già appuntato su carta, con un solo punto interrogativo: l’assessorato alle Partecipate. Come annunciato, Massimo Colomban, il vero avversario di Mazzillo, lascerà prima di settembre. Il piano sulla razionalizzazione delle municipalizzate è già pronto. Bisogna solo applicarlo. Chi lo farà? Molto dipende se l’assessorato di Colomban verrà accorpato al Bilancio, come era in origine.  

E allora ad occuparsi delle partecipate, a cominciare dalla disastrosa Atac, sarà il successore di Mazzillo. Di sicuro ci saranno nuovi assessori ad hoc per Lavori pubblici e per Patrimonio e politiche abitative, altre deleghe che appartenevano al titolare del Bilancio. Pezzo dopo pezzo lo scorporo servirà a evitare il concentramento di potere in poche mani. È la stessa logica usata lo scorso ottobre, quando, dopo un mese di commedia degli equivoci per la ricerca del sostituto di Marcello Minenna (il primo dei vari assessori al Bilancio caduti), e dopo rifiuti e dimissioni lampo, alla Casaleggio decisero di assegnare le partecipate al fedele Colomban e imposero a Raggi di trovare subito un uomo per il Bilancio. La scelta, di ripiego, ricadde su Mazzillo, mandatario economico in campagna elettorale. «Questa volta abbiamo già i nomi dei nuovi assessori» assicurano oggi dal M5S e nel rimpasto dovrebbe anche spuntare il nuovo capo della segreteria politica della sindaca, ruolo che ricopriva Salvatore Romeo.  

La via crucis di Raggi cominciata un anno fa, sempre e solo sulle nomine, non si è mai interrotta. Mazzillo paga la sua contrarietà al concordato preventivo come soluzione per Atac. L’operazione promossa da Colomban vuole far saltare alcune teste tra i dirigenti e paradossalmente è in linea con le critiche mosse prima dell’addio dall’ex dg Bruno Rota, anche lui inviato da Milano. Ha stravinto la linea lombardo-veneta di Casaleggio Jr che oggi sarà a Roma, per presentare nella sede della stampa estera la piattaforma Rousseau e la nuova funzione che permetterà anche ai non iscritti al M5S di partecipare da osservatori alle composizioni delle leggi. Una piccola rivoluzione per il M5S, fatta anche per allargare la platea dei possibili elettori in vista del voto.  

Ci sarebbe poca voglia di parlare di Roma, le ultime convulsioni capitoline sono parte di un incubo di cui non si vede mai la fine. Per questo i grillini preferiscono concentrarsi sulla campagna siciliana che partirà ad agosto e servirà a tenere alta l’attenzione fino alla proclamazione del candidato premier a fine settembre. Sabato, da Marina di Ragusa parte il tour in coppia di Di Maio e di Alessandro Di Battista. Le prove generali - chiediamo alla Camera a Di Maio - di un ticket presidenziale? Il grillino sorride.

 

fonte ilario lombardo lastampa.it

 
L'assessore al Bilancio della giunta Raggi: "Preso atto dell'intenzione della sindaca di nominare altri due assessori" Stampa E-mail
Martedì 01 Agosto 2017 16:45

Roma, nuovo scossone in Campidoglio: Mazzillo rimette la delega al Patrimonio

 

 "Preso atto, attraverso una chat, dell'intenzione della sindaca di nominare altri due assessori: uno con delega ai lavori pubblici e l'altro con delega al Patrimonio e politiche abitative, senza avermi neanche informato, ho ritenuto di rimettere formalmente a disposizione della sindaca le deleghe attinenti al Patrimonio già da stamattina". Lo annuncia in una nota l'assessore al Bilancio Andrea Mazzillo, depositario fino a questo momento della delega al Patrimonio.

"Ciò mi consentirà - ha aggiunto l'assessore al Bilancio - di concentrarmi, con ancor maggior impegno, per garantire la solidità dei conti di Roma Capitale in modo così da consentire alla sindaca di attuare il programma di rilancio della Capitale". Mazzillo aveva rimesso, nei giorni scorsi, rimesso le deleghe alla Casa. Da oggi si occuperà solo del Bilancio.

Soltanto ieri sera, durante la riunione di maggioranza che ha affrontato il caso Mazzillo la sindaca aveva detto: "Si cambia registro. Sono intervenuta personalmente per mettere fine alle polemiche e d'ora in poi non si tollerano deviazioni rispetto alle linea che ho tracciato".

In mattinata si era venuto a sapere che nelle prossime settimane, probabilmente dopo Ferragosto, sarebbe atteso un nuovo assessore nella giunta di Virginia Raggi e che sarenbbe già in corso la selezione per il nuovo titolare delle deleghe alla Casa e al Patrimonio.

Fonte repubblica.it

 
A 55 chilometri da Raqqa vivono con le madri vedove dei foregin fighter. Dopo l’indottrinamento a 11 anni doveva cominciare l’addestramento militare Stampa E-mail
Martedì 01 Agosto 2017 10:06

Nel campo dei bambini dell’Isis orfani dei jihadisti e senza patria

 

giordano stabile
Inviato ad Ain Issa

Ziad sbuca dalla tenda che chiude la porta della sua casupola nel campo profughi di Ain Issa, 55 chilometri a Nord di Raqqa. Ha tre anni, i capelli lunghi fino alle spalle, castano chiari, e occhi che guardano dritti verso il nuovo mondo. Da meno di due mesi vive in questa distesa di ghiaia bianca infuocata, dove le tende in pieno giorno si trasformano in forni. Ziad e un’altra decina di bambini se ne stanno un po’ in disparte, nella casetta in muratura, accanto a quella dell’amministrazione. Sono i «bambini dell’Isis», nati nel Califfato, figli di combattenti stranieri e spose della jihad, senza patria e senza padri, tutti morti o fatti prigionieri.  

 

Dietro la tenda c’è una porta in metallo e le quattro mura assomigliano a una prigione. Ci sono tre donne in rigoroso niqab nero, con la veletta sul naso. Gli sguardi bastano a raccontare molto. La fine di un’utopia folle e sanguinaria che ha trasformato in vittime anche i suoi seguaci, a partire da donne e bambini. La mamma di Ziad è una libanese di 25 anni, Nur al-Hoda. Il padre, tunisino, si è consegnato ai combattenti curdi all’inizio dell’assedio di Raqqa, assieme a due compagni e alle famiglie. Ora sono in un limbo, in attesa di poter tornare in patria, con i figli che non hanno una nazionalità.

 

I bambini del califfato, che hanno visto la luce sotto i tre anni e passa di regno di Abu Bakr al-Baghdadi, sono centinaia di migliaia, e forse diecimila quelli nati dai foreign fighters. Al campo di Ain Issa se ne stanno per i fatti loro isolati. I segni del trauma della guerra sono evidenti. Lo sguardo duro, l’aggressività fra di loro, la diffidenza verso lo «straniero». «Cercavamo il Paradiso in terra e abbiamo trovato solo il male». A parlare è Kaddouja Homri, tunisina di 29 anni, la leader del piccolo gruppo: «Quelli volevano soltanto tre cose: l’imarat, l’argent e les femmes», cioè il potere, i soldi e le donne. Quelli sono i capi dell’Isis, una «mafia» formata dagli sceicchi della tribù locale degli Shawir e dagli emiri stranieri, maghrebini, iracheni e del Golfo. 

Kaddouja parla un francese fluente, imparato «chiacchierando su Skype con le mie cognate in Francia». Per definire l’Isis però usa una parola araba, Daula, cioè lo «Stato», perché nel califfato l’Isis era semplicemente lo «Stato». È una scelta significativa. Potrebbe usare il dispregiativo Daesh, ma non lo fa. Kaddouja è arrivata in Siria nel 2013 con suo marito, «professore di matematica». Tutti e due nati e cresciuti a Tunisi ma «senza il sogno di un avvenire». La «rivoluzione» siriana diventa il loro orizzonte: una società islamica giusta e «uguale per tutti». Abu Baraka, il marito, si unisce subito all’Isis e tutti e due si trasferiscono ad Aleppo, dove nasce la loro figlia Baraa. Daula, lo «Stato», controllava allora «quasi tutta Aleppo ma poi sono cominciati gli scontri con Ahrar al-Sham e Jyash al-Khor, l’Esercito libero siriano». Abu Baraka muore in battaglia e Kaddouja si ritrova da sola nel califfato nascente.

 

Raqqa, invece, è appena stata conquistata e trasformata in capitale ed è lì che Kaddouja viene trasferita. «Ci tenevano segregate al Panorama, un grande albergo. C’era un’emira, marocchina, Um Adam, a dirigere tutto. Ci controllava, picchiava, e decideva tutto per noi, anche chi dovevamo sposare, il nostro primo compito era dare figli al califfato». Kaddouja, tramite un’amica, riesce a risposarsi con un altro combattente tunisino e insieme hanno tre figli: le piccole Sajada e Aysha, e Daoud, un anno appena, il maschio. Al Panorama ci sono anche due italiane. Una nata da genitori maghrebini, un’altra, Silian, con padre italiano. «Ora sono scappate a Mayadin - racconta Kaddouja - i capi di Daula sono tutti là assieme agli “immigrati” e le famiglie». 

A Raqqa è rimasto soltanto «il wali, il governatore della provincia, Abu Loqman Shawir, della tribù locale». Ma dentro la città vecchia, nascosti dentro i tunnel, ci potrebbero essere ancora «migliaia» di combattenti. E migliaia e migliaia di civili, compresi tantissimi bambini. «Daula controllava tutto, ed era interessantissimo ai bambini. C’erano scuole private, al costo di 4 mila lire siriane (8 dollari) al mese. Tutto era sorvegliato, prepararsi alla jihad era la prima cosa, poi lo studio del Corano, poi matematica, arabo, ma anche inglese e francese. C’erano anche le scuole normali, dove andavano i locali, ma sempre con lo stesso programma». La realtà delle scuole del califfato è però ben diversa. I bambini non imparano nulla, se non la preparazione ideologica alla jihad.

 

A poche decine di metri dalla casupola dei figli dei foreign fighters c’è la tenda della famiglia di Ahmad Ahmad, 42 anni, piccolo commerciante del quartiere di Al-Jalah a Raqqa. Ahmad è fuggito un mese fa dai combattimenti, ha cinque figli, il più piccolo di tre anni. Nessuno di loro è in grado di leggere e scrivere. «Daesh all’inizio sembrava debole, poi ha conquistato Raqqa in due ore, non ci potevano credere. La prima cosa che hanno fatto è stato chiudere le scuole e arrestare tutti gli insegnanti che non si adeguavano alle loro idee. Potevi mandare i figli solo nelle loro madrase. Io sono riuscito a tenerli a casa. Meglio analfabeti che educati in quel modo, a uccidere». 

L’indottrinamento  

L’Isis «stava sempre addosso ai bambini, a quattro anni cominciavano “i corsi” per imparare “il vero islam”, a partire da 11 anni li portavano nei loro campi, per prepararli alla jihad e insegnarli a sparare, le famiglie hanno lottano per tenerli con sé, ma non tutti ce l’hanno fatta». Molti bambini «partivano per il fronte senza nemmeno salutare i genitori, sembravano impazziti, l’onore più grande era diventare “martiri” ma il vero martirio lo abbiamo vissuto noi padri». Fin dalla sua nascita, nell’aprile del 2013, l’Isis ha portato avanti il suo progetto di indottrinamento. Per un ex combattente, ora «pentito» e in carcere, «ancora due anni così e si formerà un esercito di adolescenti che nessuno potrà più recuperare». La corsa a liberare Raqqa, e quel che resta del califfato in Siria e Iraq, è anche una corsa contro il tempo, prima che la legione dei «bambini dell’Isis» diventi adulta.

 

FONTE GIORDANO STABILE LA STAMPA.IT

 
Era stato promosso il 21 luglio dopo l'addio del portavoce Spicer Stampa E-mail
Lunedì 31 Luglio 2017 20:22

Trump licenzia il nuovo capo della comunicazione:
Anthony Scaramucci dura appena 10 giorni

 

Nuovo colpo di scena alla Casa Bianca: Donald Trump ha rimosso Anthony Scaramucci dall'incarico di direttore della comunicazione, incarico che gli aveva affidato una decina di giorni fa. Lo conferma in una nota l'ufficio stampa, secondo cui Scaramucci "sente che è meglio dare al capo dello staff John Kelly la possibilità di ricominciare da zero e permettergli di costruire la sua nuova squadra". "Gli auguriamo tutto il meglio", conclude la nota.

Si confermano così le indiscrezioni anticipate dal "New York Times". Al momento, sottolinea il quotidiano americano, non è chiaro se Scaramucci resterà alla Casa Bianca in un altro ruolo o sarà definitivamente fuori.

Il Ny Times ricorda che il finanziere newyorchese, subito dopo aver assunto l'incarico, si era vantato di poter riferire direttamente al presidente e non al capo dello staff, che fino a venerdì scorso era Reince Priebus, da lui definito "un paranoico ed uno schizofrenico". Ma oggi, dopo aver giurato, Kelly ha chiarito che è lui a comandare. L'arrivo di Scaramucci alla Casa Bianca era stata la causa delle dimissioni del portavoce, Sean Spicer.

 

fonte adnkronos.com

 
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