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Studio della piattaforma sulla pubblicità Teads dopo l'arrivo delle norme Ue Gdpr Stampa E-mail
Mercoledì 14 Novembre 2018 23:14

Solo il 2% degli italiani blocca i cookies

  Solo il 2% degli italiani, e in media il 5% degli europei, rifiuta i cookies e la conseguente raccolta dei dati personali per ricevere pubblicità personalizzate quando si trova su un sito di informazione. E' quanto emerge da un rapporto realizzato da Teads, The Global Media Platform, che fornisce a buona parte dei principali editori mondiali una piattaforma di gestione dei consensi sul trattamento dei dati personali dei loro utenti, resasi necessaria con le nuove regole sulla privacy Ue del Gdpr. Quando si tratta quindi di fornire il proprio consenso all'utilizzo dei cookie per ricevere pubblicità più personalizzate, solo una piccola percentuale di utenti rifiuta di dare i propri dati per una profilazione: si aggira attorno al 5% in tutta Europa con un tasso di poco più alto nel Regno Unito (7%) ed è, invece, più bassa, in Francia (4%), Olanda (3%), Spagna e Italia (2%).

Da questo 'barometro' emerge anche che arriva al 63% il traffico degli editori europei che passa attraverso una piattaforma di gestione del consenso sui dati personali (Cmp).

La Spagna guida il processo di adozione della Cmp con un tasso di attuazione dell'82,83%, l'Olanda si posiziona subito dopo (82,82%), mentre Francia e Gran Bretagna registrano rispettivamente il 71,08% e il 67,93% di presenza. L'Italia è più indietro, al 60,28%. Teads, ha quindi assicurato il suo fondatore Pierre Chappaz, è al lavoro per guidare "ancora più velocemente" gli editori europei che ancora non hanno provveduto all'attuazione della piattaforma per la gestione dei consensi sui dati personali nel processo di allineamento alle nuove norme Ue.

 

FONTE ANSA.IT

 

 
Dal Giappone all'Italia, il brodo caldo con gli spaghetti è nato in Cina Stampa E-mail
Martedì 13 Novembre 2018 10:24

Ramen bar, ricette e ingredienti da veri esperti

 

Il brodo bollente con dentro carne e spaghetti, nella versione classica, corroborante per la stagione invernale impazza anche nell'Italia multiculturale e curiosa, dove tra cappelletti in brodo della tradizione emiliana e le decine e decine di zuppe, l'asiatico ramen è, specie nelle grandi città, di grande moda.

Il ramen è un tipico piatto giapponese a base di tagliatelline di frumento servite in brodo di carne e /o pesce, spesso insaporito con salsa di soia o miso e con guarnizioni 'galleggiantiì' come maiale marinato affettato, alghe marine secche, kamaboko, cipolla verde e a volte mais.
Ogni località del Giappone ha la propria variante di ramen. L'origine è cinese e infatti in Italia, dove stanno cominciando a nascere locali che propongono il cibo di strada asiatico, oltre ai piatti stranoti (come il sushi per il Giappone o gli spaghetti al wok per la Cina), si trovano molti piatti di ramen anche negli street food delle chinatown di Milano, in via Paolo Sarpi, e Roma a Piazza Vittorio.

Diffusi in Giappone dopo l'apertura dei porti del 1850, fino agli anni 1950 i ramen erano chiamati shina soba (soba cinese), ma oggi è più comune il termine chūka soba (farina di grano saraceno cinese) o appunto ramen, poichè la parola shina (che significa Cina) è considerata da molti offensiva.

Dagli anni 1980, il ramen è diventato una icona culturale gastronominca giapponese. Sul blog la cucinagiapponese.it, dedicato agli amanti di questi piatti c'è anche la ricetta base del ramen per provare a rifarlo nella cucina di casa propria.

Intanto bisogna distinguere tra i vari tipi di ramen 

Shoyu è il più classico e il più diffuso in Giappone: è brodo di carne con aggiunta di salsa di soia, un brodo corposo dal colore scuro, dal gusto deciso. Nel brodo oltre ai tagliolini 'galleggiano' chashu ossia arrosto di maiale a cottura lenta martinato in salsa tare; ajitama ossia uova alla coque marinate in salsa tare, negi ossia il cipollotto fresco, naruto (preparato di pesce, simile al surimi) e alga nori. Si può ulteriormente arricchire con bamboo, funghi shitake, mais, sinaci, germogli di soia, burro, lardo.

Shio è tra i primi ramen comparsi in Giappone. Rispetto a Shoyu si tratta di un ramen conun brodo più chiaro (sempre di carne) e delicato. Il resto di ingredienti e guarnizioni è lo stesso.
Miso è brodo di carne con aggiunta di pasta di miso, una pasta di soia fermentata. E' una ricetta abbastanza recente e ha origini ed è tipico dell'Hokkaido.  Nel brodo oltre ai tagliolini 'galleggiano' chashu ossia arrosto di maiale a cottura lenta martinato in salsa tare; ajitama ossia uova alla coque marinate in salsa tare, negi ossia il cipollotto fresco, burro, mais e sesamo.

Curry è brodo di carne con aggiunta di curry giapponese, ha un gusto pieno e speziato, è denso e ricco e insieme ai tagliolini ci sono carne macinata mista saltata in salsa di soia e tare, curry giapponese fatto di verdure stufate (patate, carote e cipolle) e il cipollotto fresco (negi).

Yasai  è brodo vegetale con aggiunta di pasta di miso e tra gli ingredienti vede spinaci, carote, mais, germogli di soia, negi, sesamo e alga nori.
Jigoku è un brodo di carne con aggiunta di pasta di miso, piccante e speziato. dentro con i tagliolini ci sono carne macinata saltata , negi, spinaci, mais e sesamo.

 

FONTE ANSA.IT

 
Ogni mille passi, ma solo all'aperto, sono 0,95 sweatcoin. Con ventimila si può acquistare un iPhone 8 Stampa E-mail
Lunedì 12 Novembre 2018 08:27

Sweatcoin, l’app per guadagnare camminando

 

In cima alle classifiche 

Nata due anni fa, l'applicazione Sweatcoin è diventata famosa solo in questi ultimi mesi, quando è apparsa in cima alle classifiche di download di mezzo mondo. Dal Canada all'Italia, l'app nata in Inghilterra consente di guadagnare sweatcoin, una moneta virtuale, camminando. Ma attenzione, diversamente da altre applicazioni, qui contano solo i passi in strada, all'aperto. Quindi non vengono presi in considerazione scale e trasferimenti da un ufficio all'altro durante le ore di lavoro. Ogni mille passi ci vengono addebitati 0,95 sweatcoin. Se si riescono a raggiungere i ventimila, nel negozio virtuale dell'app si può acquistare uno degli ultimi modelli di iPhone. Dal numero di download, sembra sia uno stimolo sufficiente a far alzare dalla sedia migliaia di persone.

Nata in Uk da due russi

Il progetto di Sweatcoin è nato nel 2016 con l'idea di due ragazzi russi, Oleg Fomenko e Anton Derlyatka. Entrambi vivono attualmente a Londra e hanno dichiarato che hanno pensato all'app per cercare di convincere il maggior numero di persone possibile a fare movimento invece di usare l'auto o altri mezzi. Se nel 2016 l'app non è stata accolta dal pubblico con grande interesse, dallo scorso anno ha iniziato a circolare su diversi siti specializzati, fino al boom mondiale di quest'anno.

Cosa si può comprare

Veniamo alla parte più interessante dell'app. Ogni mille passi sono 0,95 sweatcoin. Con 15 mila, si legge sul sito, si può acquistare una vacanza nel Borneo. Con 20 mila, addirittura un iPhone 8. Oltre a fare shopping, però, attraverso la piattaforma si possono anche fare donazioni a enti che si occupano di beneficienza.

Problemi di carica e funzionamento

L'app è gratuita per tutti gli utenti Android e iOS (a partire da iPhone 5S). Nella versione base permette di guadagnare 5 sweatcoin al giorno. Per passare alla versione "pro", bisogna pagare 5 sweatcoin al mese. Una volta scaricata, si collega al Gps per contare i passi che facciamo. Leggendo tra i commenti apparsi sui forum online, sembra che l'app scarichi molto in fretta la batteria dello smartphone, provocando non pochi problemi agli utenti. Inoltre, diverse persone hanno segnalato la spesso l'app non conta in modo corretto i passi, "pagando" molto meno del previsto. 

 

FONTE CECILIA MUSSI CORRIERE.IT

 

 
L’esperto Giovanni Scapagnini: «Le sostanze contenute nei cibi assunte nelle giuste quantità possono migliorare la qualità dell’invecchiamento, ma serve attenzione alla filiera produttiva» Stampa E-mail
Domenica 11 Novembre 2018 18:44

Una dieta nutraceutica ("nutrizione" e "farmaceutica")per migliorare la longevità: una realtà possibile?

 

Possiamo cambiare il nostro destino ed allungare la nostra vita restando in salute? Gli studi degli ultimi anni ci dicono che l’aspettativa di vita, in generale, si allunga sempre di più, ma la chiave del successo è invecchiare bene. Come? «Associando attività fisica a un controllo delle calorie dei pasti e una giusta composizione dei cibi. Senza dimenticare le relazioni sociali: la presenza di amici intimi e un matrimonio sereno migliorano la qualità dell’invecchiamento» è la ricetta di Giovanni Scapagnini, socio fondatore della Società italiana nutraceutica (Sinut) e Direttore del comitato promotore di «Exposalus and Nutrition» che oggi si conclude a Roma Fiera. «La nostra longevità è per il 25% figlia del nostro corredo genetico, ma tutto il resto è in mano nostra, possiamo controllare il nostro destino e non è mai troppo tardi, le buone pratiche si possono cominciare a mettere in pratica anche da una certa età per ottenere un beneficio» aggiunge Scapagnini, che è anche professore di Biochimica Clinica alla Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università del Molise.

 

I principi attivi contenuti nei cibi e nelle piante

Ma cosa è la nutraceutica? È una disciplina emergente che studia i principi attivi contenuti nei cibi e nelle piante e che associa la nutrizione a un approccio farmacologico. Il cibo è visto un po’ come una medicina. Curcuma, cacao, olio extravergine di oliva, tè verde, broccoli, pesce azzurro sono alcuni esempi. Le sostanze nutraceutiche sono dei derivati da questi alimenti: antiossidanti, vitamine, complessi enzimatici, acidi grassi polisaturi e via così. I nutraceutici possono essere assunti sia sotto forma di alimento naturale, sia come “alimento arricchito” di uno specifico principio attivo (esempio il latte addizionato con vitamina D) o in forma di integratori alimentari in compresse. «Ma oggi non si tratta solo di pasticche – avverte Scapagnini – va posta invece l’attenzione alla qualità del cibo in ottica funzionale e va migliorata la filiera alimentare, dovremmo conoscere con precisione le sostanze in un singolo alimento. In futuro si potranno sviluppare integratori che concentrano gli aspetti contenuti in un piatto in una forma diversa, per ottimizzare la parte funzionale».

 

 

Una dieta nutraceutica? Molto difficile

Per arrivare a un invecchiamento di successo i ricercatori stanno raccogliendo informazioni sugli stili di vita dei centenari in alcune zone blu come le comunità sulle Madonie o i monti Sicani in Sicilia, alcune zone del Cilento, o le più conosciute Sardegna e isola di Okinawa in Giappone. Oggi costruire una dieta nutraceutica è però molto difficile proprio perché non si conoscono nel dettaglio le sostanze effettivamente contenute in un alimento. Il pesce? Dovrebbe contenere omega-3 che proteggono il cuore, tengono a bada il colesterolo nel sangue, contrastano l’azione dei radicali liberi. Ma il pesce non produce omega-3, li assume dalle alghe, che invece abbondano di questo antiossidante. Ma se consumiamo un pesce di allevamento il cui mangime non è addizionato di omega-3, il pesce non avrà omega-3. Stessa cosa per il tè verde: se non contiene le catechine (i polifenoli attivi nel tè verde non ha i benefici di protezione cardiovascolare tanto decantati, ma l’etichetta non lo specifica. «Purtroppo non sempre basta una sana alimentazione per assumere i nutrienti di cui abbiamo bisogno – conclude Scapagnini- perché non sappiamo che cosa ci sia di preciso nei cibi e a volte le quantità che riusciamo a mangiare non sono sufficienti. La curcuma, ad esempio, è un potente antinfiammatorio, ma è evidente che nella nostra dieta non abbondiamo di curcumina come succede in altre zone del mondo. Le alghe marine sono ricche di omega-3, rappresentano il 20% dell’alimentazione della popolazione di Okinawa dove sono usate come un’insalata: non sono certo una raffinatezza culinaria, sono considerate un cibo povero (ricco però di sostanze che ci fanno stare meglio) e non fanno parte della nostra dieta».

 

FONTE CRISTINA MARRONE CORRIERE.IT

 
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