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L'ex governatore del Lazio ascoltato per due ore dai magistrati Capaldo e Sabelli. "Non sono stato mai ricattato, ho lavorato solo nell'interesse dei cittadini. Cocaina per uso personale" Stampa E-mail
Lunedì 02 Novembre 2009 20:24

 

Marrazzo sentito per due ore dai pm: "I soldi servivano anche per la droga"

          

Roma - "Qualche volta poteva capitare che quei soldi potessero servire anche per la droga oltre che per le prestazioni sessuali". L’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo è stato sentito dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli. Marrazzo è stato ascoltato nell’ambito dell’inchiesta sul presunto ricatto attuato nei suoi confronti da quattro carabinieri finiti in carcere. Un quinto militare è indagato.

Marrazzo sentito dai pm Oltre 2 ore passate con i magistrati che lo hanno ascoltato negli uffici bunker di Piazza Adriana. Marrazzo, ha lasciato la Corte di appello di Roma assieme a sua moglie Roberta Serdoz. Uscendo e passando davanti ai giornalisti non ha voluto rilasciare dichiarazioni: per sfuggire ai flash dei fotografi si è coperto il volto con una giacca ed ha abbandonato il palazzo di via Triboniano su un Suv dai vetri oscurati. Nel corso dell’audizione svoltasi nel pomeriggio, davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, Marrazzo ha spiegato che i soldi "qualche volta" servivano oltre che per gli incontri sessuali con i trans, anche per la droga. La sua ammissione è una delle novità principali rispetto alle precedenti dichiarazioni rese dall’ex governatore, nell’ambito dell’inchiesta sulla estorsione da lui subìta e per la quale sono indagati 5 carabinieri. L’ex conduttore di Mi manda Rai3 ha anche ribadito di non essere stato mai ricattato, ma ha ricostruito l’episodio avvenuto nel luglio scorso, in via Gradoli, come una rapina. Secondo quanto si è appreso rispetto al video, Marrazzo ha confermato di non essersi accorto che "qualcuno" lo stesse girando.

Domani l'interrogatorio dei carabinieri Saranno sentiti domani quattro dei cinque carabinieri coinvolti nell’indagine sul presunto ricatto del quale sarebbe stato vittima Piero Marrazzo. Si tratta di Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini, tuttora detenuti in quanto ritenuti artefici del ricatto, e Donato D’Autilia, indagato per ricettazione. I primi tre, ha fatto sapere il loro difensore Marina Lo Faro, si avvarranno della facoltà di non rispondere. Non sarà invece sentito Antonio Tamburrino, altro militare dell’Arma in carcere.

fonteilgiornale.it

 

 
Il Guardasigilli, a Mattino Cinque, spiega le prossime mosse del governo: Stampa E-mail
Lunedì 02 Novembre 2009 08:58

Giustizia, Alfano accelera sulla riforma: "Si va avanti, anche senza opposizione"

         

Roma - Il governo non resterà fermo: la riforma della giustizia si farà anche senza il consenso dell’opposizione.
Lo ha detto il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, intervistato a Mattino Cinque da Maurizio Belpietro.
"Non so se c’è la possibilità di una intesa con l’opposizione.
Noi non la rifiutiamo, ma anzi la ricerchiamo perché le riforme se sono votate da una maggioranza ampia sono destinate a durare in più nel tempo.
Quindi ricercheremo una forma di consenso con l’opposizione" ha spiegato il Guardasigilli.
Tuttavia, ha precisato Alfano, "abbiamo anche un dovere etico che nasce dalla nuova fase democratica che consegna al governo uomini votati direttamente dal popolo: cioè l’obbligo di fare quello che abbiamo promesso in campagna elettorale.
Quindi di fronte al bivio tra la paralisi perché l’opposizione non vuole la riforma e quanto proposto agli elettori noi sceglieremo non di restare fermi, ma di procedere con le riforme.
A fine legislatura infatti a chi ci chiederà 'Avete fatto la riforma della giustizia?' noi non possiamo dire 'Non l’abbiamo fatta ma abbiamo dialogato benissimo'...".

fonteilgiornale.it

 
Nel pomeriggio gli era stato notificato il verdetto della Cassazione Stampa E-mail
Domenica 01 Novembre 2009 14:34

 

 Si suicida in carcere la neo Br Blefari
condannata per l'omicidio Biagi

Ad aprile una perizia psichiatrica l'aveva ritenuta capace di stare in giudizio
I legali: "Disagio sottovalutato, ma non siamo stati creduti". La Procura apre un'inchiesta

ROMA - La neobrigatista Diana Blefari Melazzi, in carcere per l'omicidio del professor Marco Biagi nel 2002, si è suicidata. Ieri sera, dopo che le era stata notificata la sentenza della Cassazione, ha tagliato le lenzuola, le ha annodate con cura facendo un cappio e si è impiccata nella cella di Rebibbia.

La donna, che nel giorno dell'arresto si era dichiarata "militante rivoluzionaria del partito comunista combattente", era l'affittuaria del covo di via Montecuccoli, un appartamento dove i terroristi responsabili della morte di Biagi e D'Antona custodivano un arsenale con 100 chili di esplosivo e l'archivio delle "Nuove Brigate Rosse". Riconosciuta come "la compagna Maria" - che Cinzia Banelli indicò fra le staffette che seguirono il professor Biagi la sera dell'omicidio - alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell'omicidio e la partecipazione al pedinamento a Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche il file con la rivendicazione dell'omicidio. Da qualche tempo sembrava aver cominciato a collaborare con la giustizia: ieri un colloquio in carcere con alcuni investigatori, probabilmente non il primo.

Inizialmente si era mostrata sicura di sé, ricalcando l'atteggiamento già assunto da Nadia Desdemone Lioce, la mente della nuova organizzazione terroristica. Ben presto però le certezze si erano incrinate, lasciando spazio a un profondo stato di prostrazione psichica. Il giorno della condanna in primo grado fece a pezzi tutto quello che riuscì ad afferrare. Una scena violentissima, seguita da astenia, autoisolamento, rifiuto del cibo e dei liquidi


I medici di Rebibbia chiesero un trattamento sanitario obbligatorio "in altra struttura più idonea", essendo concreto, così scrissero, il pericolo di vita per la detenuta. L'ultima perizia psichiatrica è datata aprile. Era stata disposta per verificare la sua capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere, dopo che la terrorista aveva aggredito un agente di polizia penitenziaria.

Dopo la condanna in primo e secondo grado la Suprema Corte, il 7 dicembre 2007, aveva annullato con rinvio la sentenza d'appello emessa nei suoi confronti sottolineando vizi di motivazione sulla sua condizione psichica. L'Appello aveva riesaminato il caso disponendo una perizia psichiatrica con la quale era stata accertata la capacità dell'imputata di stare in giudizio. L'ergastolo era quindi stato confermato il 27 ottobre, e ieri pomeriggio il verdetto le era stato notificato in cella, nella sezione di Rebibbia dov'era in transito in attesa di tornare a Sollicciano (Firenze).

Dopo poche ore, attorno alle 22.30, utilizzando lenzuola tagliate e annodate, Diana Blefari Melazzi si è tolta la vita. Ad accorgersi quasi subito dell'accaduto sono stati gli agenti di polizia penitenziaria: hanno provato a rianimarla senza però riuscirvi.

La Procura di Roma ha aperto un'inchiesta per chiarire le cause del suicidio e ha disposto l'autopsia. L'indagine per ora è senza indagati, ma potrebbe essere riesaminato l'intero iter giudiziario della Blefari in considerazione della sua presunta patologia psichica, come emerso in questi anni dalle numerose richieste di consulenze. Aperta dal ministro della Giustizia Angelino Alfano anche un'inchiesta amministrativa.

"Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il suo profondo disagio. Ora è troppo tardi", commenta l'avvocato Caterina Calia. Il suo collega Valerio Spigarelli ammette di essere sconvolto così come non gli era mai capitato. "Era un suicidio prevedibile - fa eco il garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni - Le mie collaboratrici mi dicevano che era un caso drammatico". Della stessa opinione Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che si batte per i diritti dei detenuti: "E' il sessantesimo caso di suicidio in carcere dall'inizio dell'anno, si tratta dunque di un emergenza a cui va data urgentemente una risposta". La polizia penitenziaria, prima ancora che qualcuno sollevi dubbi sulla vigilanza della detenuta, fa sapere tramite una nota del sindacato Osapp: "Non abbiamo bisogno altre polemiche. Rebibbia è uno dei carceri più grandi d'Europa con il maggior disavanzo a livello di personale".
fonterepubblica.it

 
Il premier nel libro del giornalista: "Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri" E sulla condanna Mills: "Sentenza certo sarà annullata dalla Cassazione" Stampa E-mail
Domenica 01 Novembre 2009 09:17

 

Berlusconi a Vespa: "Anche se condannato
resterei al mio posto per la democrazia"



Berlusconi a Vespa:

Berlusconi alla presentazione di un libro di Vespa

ROMA - In caso di eventuale condanna nei processi ancora in corso a suo carico, Silvio Berlusconi non si dimetterà da presidente del Consiglio dei ministri.
E sulla condanna a Mills, è certo che la sentenza verrà annullata in Cassazione.
Il premier parla di questo e altro con Bruno Vespa, che ha raccolto domande e risposte nel suo libro Donne di cuori (in uscita da Rai Eri-Mondadori dal 6 novembre).

Giustizia. "Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti.
Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto".
Vespa ricorda a Berlusconi che l'avvocato Mills è stato condannato anche in appello.
"E' una sentenza che certo sarà annullata dalla Corte di Cassazione", è la risposta.

Repubblica e l'Espresso. Il conduttore di Porta a porta chiede poi al premier come spieghi la campagna internazionale che si è scatenata su di lui da maggio in poi.
"E' partita da Repubblica e l'Espresso - risponde il presidente del Consiglio - e su sollecitazioni di questo gruppo si è estesa ai giornali e ai giornalisti 'amici'.
Per gettare fango su di me ha finito col gettare fango sul nostro Paese e sulla nostra democrazia".

Murdoch e Sky. Il Times di Londra, obietta Vespa, non è un giornale di sinistra ed è il più duro con lei.
Cinque articoli in un solo giorno quando il 7 ottobre è stato bocciato il lodo Alfano.
Frutto della guerra con Rupert Murdoch, che ne è proprietario, per i contrasti su Sky Italia?
"La coincidenza fa riflettere - risponde Berlusconi - ma sono cose che io non farei mai, e quindi sono portato a credere che non le facciano neppure gli altri".

Obama e Fox News.
Non c'è possibilità di un accordo con Murdoch, visto che Berlusconi è il presidente del Consiglio italiano e lui una potenza mediatica mondiale?, chiede infine Vespa.
"Non è il caso di esagerare. Da mesi negli Usa è polemica ferocissima tra Fox News, una rete televisiva del gruppo Murdoch, e il presidente Obama. Non mi pare che ne derivi un problema grave per gli Stati Uniti".
fonterepubblica.it
 
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Notizie Flash

Parsons Green: London Tube blast treated as terror incident

 

Passengers were injured following the blast at 08:20 BST (07:20 GMT) at Parsons Green station in Fulham.

Pictures show a white bucket on fire inside a supermarket bag, but do not appear to show extensive damage to the inside of the Tube train carriage.

The Metropolitan Police said it was too early to confirm the cause of the fire and the station has been cordoned off.

BBC security correspondent Frank Gardner said it was too early to say who caused the explosion.

Witnesses have described seeing at least one passenger with facial injuries.

Others have spoken of "panic" as alarmed passengers left the train at Parsons Green station.

London Ambulance Service says it sent a hazardous area response team to the scene.

 

source bbc.co.uk

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