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Il Presidente a Langley: proteggerò i vostri nomi, nessuna inchiesta Stampa E-mail
Martedì 21 Aprile 2009 06:02

 

USA: OBAMA, ORA LA CIA E' PIU' IMPORTANTE CHE MAI

 

 WASHINGTON(USA) - Barack Obama ha difeso la pubblicazione dei memorandum sulle tecniche di interrogatorio della Cia in quanto si trattava di «circostanze eccezionali» e «le informazioni segrete erano già state compromesse».

 La scelta di rendere note le tecniche di interrogatorio dei detenuti di Al Qaeda era stata a lungo dibattuta nell’amministrazione sin dall’indomani dell’insediamento del nuovo presidente e quando la Casa Bianca ha dato luce verde sono stati numerosi gli agenti che hanno fatto conoscere il proprio disappunto al nuovo capo della Cia, Leon Panetta (nella foto)

Nella sua prima visita al quartier generale a Langley, in Virginia, il presidente americano ha promesso di proteggere sia l'identità dei funzionari dell'intelligence che la sicurezza delle informazioni e i segreti.

«Lo farò con la stessa energia con cui voi state proteggendo il popolo americano». Obama ha ricordato che il suo governo ha messo fine alle controverse tecniche di interrogatorio, tra cui figura il waterboarding, ossia l'annegamento simulato.

«Nel XXI secolo abbiamo - ha detto l'inquilino della Casa Bianca - imparato che la Cia è più importante che mai».

LA VISITA - La Cia è «unica nella sua capacità di analizzare le cose», ha continuato il presidente americano, sottolineando le minacce che si trova a fronteggiare, «il terrorismo, i regimi canaglia e ora la pirateria».

E noi, ha aggiunto, «ora siamo più forti» nei confronti dei terroristi perché «possiamo avvalerci della potenza dei nostri valori e del rispetto della legge».

Poche ore prima della visita di Obama al quartier generale, la Cia è tornata sotto i riflettori per le «torture» inflitte ai sospetti terroristi.

Secondo quanto riporta il New York Times l'Agenzia è ricorsa 266 volte alla tecnica del waterboarding (l'annegamento simulato messo al bando da Obama) per interrogare due esponenti di primo piano di Al Qaeda.

Il quotidiano cita come fonte un parere legale rilasciato nel 2005 del ministero della Giustizia americano in cui gli agenti si fecero di fatto autorizzare al waterboarding su Abu Zubaydah, che subì la pratica per 83 volte mentre nel marzo 2003 contro Khalid Shaikh Mohammed, l'ex numero tre dell'organizzazione terroristica considerato l'architetto dell'11 Settembre, gli annegamenti simulati furono 183.

La scorsa settimana Obama aveva concesso l'immunità agli agenti della Cia che avevano praticato il waterboarding considerandosi scagionati proprio in base ai pareri legali emessi dal ministero della Giustizia.

Pareri per i quali difficilmente qualcuno dei ministri dell'era Bush sarà mai incriminato.

 
Un tempo appuntamento marginale, oggi è un evento da non mancare. Stampa E-mail
Lunedì 20 Aprile 2009 10:17

 

Shanghai, al via il salone. Debutta la Porsche Panamera, l'anti-Maserati

 

                                                           a cura di edoardo righi

Un tempo appuntamento marginale, oggi è un evento da non mancare Shanghai.
Sarà caccia all'ultimo cliente a Shanghai dove i produttori di automobili di tutto il mondo si sono dati appuntamento per partecipare al salone biennale dell'auto che apre i battenti domani per i media e mercoledì per il pubblico. Un tempo appuntamento marginale e snobbato dalle grandi case internazionali, l'autoshow della capitale commerciale della Cina sta diventando un evento sempre più importante, anzi impossibile da mancare, perché quello cinese è l'unico mercato dell'auto in continua crescita.

Altro segnale del prestigio ormai raggiunto dal salone di Shanghai è la decisione della Porsche di far debuttare proprio qui la Panamera, la nuova Gran Turismo quattro posti della casa automobilistica di Stoccarda
Si tratta del primo modello tutto nuovo da sette anni a questa parte. E nel mirino della casa ci sono almeno 20.000 clienti all'anno nonostante la crisi dell'auto e il rallentamento dei luxury e delle sportiv. Tra i concorrenti oltre a vetture come la Mercedes Cls anche, e soprattutto, la Maserati Quattroporte.

La Panamera è offerta in italia in tre versioni: 4.8S ,,8 S pdke e 4.8 Turbo Pdk. Il motore è il noto 4.806 cc a sei cilindri che gira stto il cofano della Cayenne la versione aspirata eroga 400 cavalli e offre una coppia di 51 Kgm. La variante turbocompressa, invece, scarica a terra 500 cavalli con un coppia di 71,3 kgm.
Il listino parte da 100mila euro e arriva a circa 140mila, un livello aggressivo considerando anche l'innegabile appeal del marchio tedesco.

Dopo un 2008 terminato con un leggero calo di vendite, il mercato dell'auto cinese, al momento il secondo al mondo, ha recuperato vigore al punto che, per quanto riguarda soprattutto i modelli delle city car, i rivenditori non riescono a stare al passo delle richieste dei clienti.
In marzo è stato raggiunto il record degli 1,11 milioni di veicoli venduti in un mese, superando così per il terzo mese consecutivo le vendite mensili degli Stati Uniti e migliorando del 5% la performance registrata nello stesso periodo dell'anno scorso.

L'esuberanza cinese negli acquisti ha colto alla sprovvista i produttori che avevano ridotto il numero delle auto in costruzione perché spaventati dalle prospettive della crisi globale e per la leggera flessione delle vendite registrata negli ultimi mesi del 2008.
La voglia d'auto in Cina è un salvavita anche per l'asfittico settore dei produttori automobilistici americani: la General Motors, afflitta dal calo delle vendite che negli Stati Uniti su base annua è stato del 40%, in marzo in Cina ha venduto 137.004 veicoli, pari al 24,6 per cento in più dell'anno scorso.

Il taglio delle tasse e altre politiche governative per incoraggiare l'acquisto di auto piccole e dai bassi consumi hanno poi fatto schizzare del 38%, pari a 90.784 veicoli, le vendite delle mini-auto prodotte dalla Saic-Gm-Wuling, joint venture tra la General Motors, la Shanghai Automotive Industry Corporation (Saic) e la cinese Wuling. La General Motors, spiega il presidente della Gm China, Kevin Wale, spera di duplicare le vendite in Cina arrivando a oltre 2 milioni all'anno di auto vendute entro il 2014. Per farlo conta di rinnovare oltre 30 modelli nei prossimi cinque anni. Coloro che comprano un'auto per la prima volta rappresentano in Cina i tre quarti del mercato potenziale. 

fonte ilsole24ore.it

 
La scrittrice: il mio Paese ama la libertà. Il consenso per il regime è al minimo Stampa E-mail
Domenica 19 Aprile 2009 07:13

 

 "Donne e blogger hanno più futuro
di Ahmadinejad"

 

 


Le cose che Azar Nafisi ha taciuto dei suoi 18 anni nell’Iran khomeinista, sono elencate nei diari che teneva quando, prima d’emigrare negli Stati Uniti, insegnava all’università Allameh Tabatabai: innamorarsi a Teheran, andare a una festa a Teheran, mangiare il gelato a Teheran, guardare i Fratelli Marx a Teheran.
 
Bisogni privati negati dalla politica come leggere, «Leggere Lolita a Teheran», il libro che l’ha resa celebre in tutto il mondo.
 
«Scrivo per tener vivo il Paese che la dittatura ha congelato», dice sprofondata nella poltrona chester di un caffè di South Kensington, il cuore opulento di Londra.
 
Jeans, pullover azzurro, scarpe basse, ha appena presentato al festival «Free the World!» il suo secondo romanzo edito da Random House, «Things I’ve Been Silent About».
Le cose che ho taciuto sono l’autobiografia cui lavora dal 2003, dalla morte della madre nell’ospedale a lei precluso di Teheran.
 
In Italia sarà pubblicato da Adelphi.

Sono passati cinque anni da «Leggere Lolita a Teheran». Perché ha taciuto tanto a lungo?
«Raccontare la propria vita è difficile. La dittatura rende la sfera personale un tabù, il privato diventa politico. In Iran non potevo parlare della letteratura che amavo o degli amici arrestati e uccisi.
 
Non riuscivo a parlare neppure del rapporto conflittuale con mia madre, verso cui nutrivo amore e risentimento, esattamente come verso il mio Paese.
Ho cominciato a scrivere di lei quando è morta e non potevo tornare in patria a dirle addio, e ho scritto dell’Iran quando sono partita per Washington, nel 1997».

Cos’è l'Iran per lei, sua madre, autoritaria e distante al limite dell’anaffettività, o suo padre, affascinante narratore di fiabe capace anche di mentire?
«L’Iran è la somma dei due. Mia madre, nata da una famiglia benestante e moderna di Teheran, emancipata al punto da sposarsi due volte per amore e lavorare in banca rivendicando la propria indipendenza.
E mio padre, nato nella conservatrice Isfahan, erede di una dinastia di studiosi religiosi, intellettuali e puritani.
 
Lei voleva plasmarmi a sua immagine anche a costo di leggere di nascosto i miei diari, lui mi raccontava le storie de Il libro dei Re, che oggi insegno a mia figlia, ma mi rendeva anche complice dei suoi tradimenti con altre donne».

Che Paese è oggi quello che ha lasciato? Da un lato il governo Ahmadinejad apre al dialogo con gli Stati Uniti, dall’altro incarcera con l’accusa di spionaggio la giornalista iraniano-americana Roxana Saberi e condanna a morte Delara Darabi che sarà impiccata lunedì per un reato commesso quando aveva 17 anni.
«Non mi fido della politica. Il governo parla di aperture per calmare la gente e uccide nelle galere.
L’Iran è una dittatura islamica ma, attenzione, è anche il Paese dove le donne hanno lanciato la «One Million Signatures Campaign», un milione di firme contro la repressione.
È il Paese dei blogger, dei giornali democratici che non si scoraggiano se vengono chiusi, del Nobel Shirin Ebadi che, estromessa dalla carriera di giudice, si mette a fare l’avvocato dei diritti umani, della poetessa Simin Behbahani che a 82 anni non ha smesso di scrivere versi sulla libertà della donna e sul potere sovversivo dell’erotismo.
 
Ahmadinejad lo sa: tempo fa ammise che a 30 anni dalla rivoluzione islamica le università continuano a fare resistenza.
 
Credo nella società iraniana, la politica dovrà adeguarsi. L’Iran è diverso da altri Paesi, ad esempio il Venezuela, dove la dittatura è allo zenit.
La nostra dittatura si è consumata come una candela. Vent’anni fa il giornalista Akbar Ganji credeva come me nella rivoluzione islamica, oggi è in esilio negli Usa e contesta il regime citando Hannah Arendt, Spinoza».

Secondo una barzelletta raccontata a Gerusalemme, solo Obama può salvare l’Iran dalle bombe israeliane. Ha fiducia nel nuovo presidente americano?
«Ho imparato a dubitare seguendo il proverbio inglese per cui prima di giudicare il pudding bisogna mangiarlo.
Obama rappresenta la speranza, al punto che all’indomani della sua elezione una rivista iraniana è uscita titolando “Perché non possiamo avere uno come lui?" ed è stata chiusa.
Ma aspetto.
È giusto che provi a parlare con il governo, i governi parlano tra loro. Ma l’America del primo presidente afroamericano di nome Hussein deve ascoltare la gente, gli iraniani, quelli che vengono torturati, il popolo che dà legittimità al governo.
 
Ahmadinejad ha vinto perché ha promesso ai poveri quello che non poteva mantenere, ma soprattutto perché non ci sono elezioni democratiche in Iran né osservatori internazionali, vedremo cosa accadrà la prossima volta».

Europei e americani impazziscono per i suoi libri. Cosa si aspetta da loro, politicamente?
«La comunità internazionale può piegare il regime iraniano con le sanzioni economiche, evitando prove di forza tipo raid aerei. Ma deve crederci. Mi sembra che il vero problema dell’Occidente oggi non sia l’economia quanto la mancanza di una visione. In Iran la gente muore per la libertà che i relativisti europei negoziano in cambio di un generico rispetto delle culture altre. I diritti sono universali, come il desiderio di leggere Lolita a Teheran, Roma, New York. Il regalo che il popolo iraniano può fare al mondo occidentale è l’immagine ideale che ne conserva discutendo in segreto di Calvino, Svevo, Hemingway, Nabokov».

fonte www.lastampa.it/paci

 

 
rai,non l'avessi fatto mai ! Stampa E-mail
Sabato 18 Aprile 2009 06:32

 

LA CORTE DI STRASBURGO: "PERCHE'

E' GIUSTO PAGARE IL CANONE-RAI"



Nuova legittimazione per il canone Rai.

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha dichiarato oggi «palesemente infondato» il ricorso presentato da un privato cittadino contro le misure prese nei suoi confronti per non aver pagato il canone di abbonamento al servizio pubblico.

Secondo i giudici di Strasburgo, il ricorrente (il signor Antonio Faccio, residente a Vicenza) è tenuto a pagare la tassa anche se non desidera guardare la Rai poichè l'imposta è dovuta per il solo fatto di possedere una televisione.

Inoltre, a Strasburgo si fa notare che la tassa «non viene pagata in cambio della ricezione di un canale particolare ma è un contributo a un servizio per la comunita».

 

 
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