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Economia
Chi accetta online il 730 precompilato senza apportare modifiche non dovrà più esibire le ricevute che attestano oneri detraibili e deducibili PDF Stampa E-mail
Lunedì 16 Aprile 2018 08:42

Modello 730, online la precompilata. Rimborsi per 9,5 miliardi

 

 Al via la corsa alla dichiarazione dei redditi: oggi 16 aprile 2018 l'Agenzia delle Entrate ha messo online circa 30 milioni di modelli che consentiranno agli italiani di recuperare almeno 9,5 miliardi di euro. Il rimborso medio che il fisco erogherà a ciascun dipendente, attraverso il proprio datore di lavoro, sarà attorno ai 900 euro, mentre l’importo medio che l’Inps restituirà a ciascun pensionato si aggirerà sugli 800 euro.

Sono queste le prime stime che sono state elaborate dall'Ufficio studi della CGIA, nel quale si evidenzia che i territori più “interessati” dall'utilizzo di questo “strumento” sono stati la Basilicata (61,6 per cento del totale dei dipendenti e pensionati residenti in questa regione), la Puglia (61,2 per cento) e il Molise (61 per cento). Tra le meno “coinvolte” segnaliamo la Sardegna (49,5 per cento), la provincia autonoma di Bolzano (48,2 per cento) e la Campania (46,4 per cento). La media nazionale si è attestata al 55,7 per cento.

“Da qualche anno il modello 730 è diventato lo strumento fiscale più amato dai contribuenti italiani per recuperare detrazioni, deduzioni e oneri ai fini Irpef - ha dichiarato il coordinatore dell’Ufficio studi dell'Associazione artigiani e piccole imprese Mestre, Paolo Zabeo - . Negli ultimi 20 anni il numero di modelli presentati è più che raddoppiato. I fattori di successo vanno ricercati nel costo abbastanza contenuto per chi si rivolge a un Caaf o a un professionista e nella relativa semplicità di compilazione per coloro che, invece, decidono di redigere in proprio il 730 via web. Oltre a ciò, va segnalato che il rimborso avviene in tempi relativamente brevi: per i dipendenti con la busta paga di luglio, per i pensionati, invece, con l’assegno di agosto o di settembre”.

Quali sono le principali voci di spesa per le quali i lavoratori dipendenti chiedono il rimborso? Nel 2017 quasi 9,9 milioni hanno presentato la dichiarazione annuale anche per recuperare le spese sanitarie (sconto fiscale medio di 150 euro pro capite), poco più di 4,3 milioni per recuperare le spese riferite alle ristrutturazioni edilizie (rimborso medio di 640 euro) e poco meno di 3,5 milioni di dipendenti per recuperare le spese assicurative (pari a 51 euro pro capite).

Tra i pensionati, invece, le domande per il recupero delle spese sanitarie hanno interessato oltre 7 milioni di persone (per un rimborso medio pro capite di 186 euro), 3,8 milioni lo hanno richiesto per le ristrutturazioni edilizie (520 euro medio di rimborso) e poco più di 1 milione lo ha chiesto per recuperare le spese assicurative (per un importo medio di 49 euro).

 

Fonte teleborsa.it

 
A gestirlo è l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL) PDF Stampa E-mail
Lunedì 02 Aprile 2018 15:53

Scatta l'assegno per i disoccupati

 

Al via da domani l'assegno di ricollocazione, il voucher con cui lo Stato finanzia i programmi di formazioni per disoccupati. L'ammortizzatore sociale, introdotto dal Jobs Act, punta ad aiutare le persone senza lavoro nella ricerca di un'occupazione, offrendo un servizio personalizzato e intensivo di assistenza nei Centri per l'impiego, agenzie per il lavoro accreditate e fondazione consulenti del lavoro. A gestirlo è l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL).

Per ottenere il voucher, le strutture chiamate alla ricerca di un impiego per chi lo richiede dovranno trovare al disoccupato un contratto a tempo indeterminato, o a termine di 6 mesi (da 3 a 6 mesi in Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) o un contratto part-time al 50%: un tutor seguirà infatti il disoccupato, proponendogli un programma di ricerca intensiva di una nuova occupazione. Il destinatario dell'assegno dovrà svolgere le attività individuate dal tutor e accettare le offerte di lavoro congrue, come definite all'articolo 25 del decreto legislativo 150/2015. Un eventuale rifiuto ingiustificato da parte del soggetto farà scattare dei meccanismi di graduale riduzione delle misure di sostegno al reddito. Il servizio sarà sospeso se la persona ottiene un'assunzione in prova o a tempo determinato e riprenderà nel caso in cui il rapporto di lavoro abbia avuto una durata inferiore a sei mesi.

L'assegno può essere richiesto dalle persone disoccupate che ricevono la Nuova assicurazione sociale per l'impiego (Naspi) da più di 4 mesi e i beneficiari del Reddito di inclusione (Rei). Nel caso di Cassa integrazione sarà possibile richiederlo nel caso in cui l'accordo sindacale si sia concluso con un piano di ricollocazione.

L'ammontare dell'assegno dipende invece dal livello di occupabilità della persona. Quindi, maggiore è la sua distanza dal mercato del lavoro, più alto sarà l'assegno e quindi più forte il sostegno per reinserirsi. I valori minimi e massimi che si possono ottenere combinando questi due criteri vanno da 1.000 a 5.000 euro in caso di risultato occupazionale che preveda un contratto a tempo indeterminato (compreso apprendistato); da 500 a 2.500 euro in caso di contratto a termine superiore o uguale a 6 mesi; da 250 a 1.250 euro per contratti a termine da 3 a 6 mesi (solo in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia).


 
I dazi annunciati dal Presidente USA su acciaio e alluminio suscitano l'ira di Pechino. Il ministro del Commercio Zhong Shan ha dichiarato: "la Cina può affrontare qualsiasi sfida e difendere i propri interessi" PDF Stampa E-mail
Lunedì 12 Marzo 2018 08:42

Cina contro Trump. Guerra commerciale sarebbe un vero disastro

 La Cina è pronta a difendere i propri interessi nazionali di fronte al crescente protezionismo americano.

"Non ci sono vincitori in una guerra commerciale che porterebbe a disastri ai nostri due Paesi e al resto del mondo", ha detto il ministro del Commercio cinese Zhong Shan.

Il riferimento del ministro cinese è chiaro e riguarda i dazi doganali del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio che Trump ha deciso di imporre a livello globale.

Una decisione che ha scatenato non pochi dissapori: dal responsabile commerciale dell'UE, Cecilia Malmstrom, che ha fatto appello agli States affinché escludano l'UE dalla politica dei dazi, al cancelliere tedesco Angela Merkel che si è detta preoccupata per il rialzo dei dazi su alcuni prodotti. Anche il ministro dell'Economia, Bruno Le Maire non ha fatto mistero che "una guerra commerciale farà solo perdenti".

Zhong Shan ha concluso: "la Cina non vuole combattere ne' dare vita a una guerra commerciale ma possiamo affrontare qualsiasi sfida e difendere risolutamente gli interessi del nostro Paese e della nostra gente".

 

Fonte teleborsa.it

 
Con Trump tornano dopo 20 anni dazi contro l'UE PDF Stampa E-mail
Venerdì 09 Marzo 2018 11:16

Dazi, per l’Italia a rischio 40,5 miliardi da guerra commerciale con USA

 I dazi americani contro l’Unione Europea tornano dopo venti anni quando gli Stati Uniti, dopo aver presentato ricorso al WTO (Organizzazione mondiale del commercio - World Trade Organization) contro il divieto europeo alla carne agli ormoni USA, sono stati autorizzati a fissare nel 1999 una lista di prodotti sui quali sono stati applicati dazi doganali per un valore che ammonta a 116.8 milioni di dollari annuali.

E’ quanto ricorda la Coldiretti nel sottolineare che la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui dazi alle importazioni di acciaio e alluminio rischia di scatenare un effetto valanga.

Nel lontano luglio 1999, come rappresaglia per la mancata revoca del divieto UE alla carne agli ormoni, gli Stati Uniti – sottolinea l'associazione dei coltivatori diretti – annunciarono la lista di prodotti UE su cui gli USA avevano applicato dazi "ad valorem" del 100% tra i quali erano compresi per l’Italia tra gli altri i pomodori in scatola ed i tartufi.

Ora si riapre una guerra commerciale che mette a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy che hanno raggiunto nel 2017 in USA il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare.

 

fonte teleborsa.it

 
Un'indagine racconta come delle quasi mille Initial coin offering proposte lo scorso anno la metà sia finita in un vicolo cieco, fra scarsa raccolta, disinteresse o frodi PDF Stampa E-mail
Mercoledì 07 Marzo 2018 10:30

Criptovalute, il 46% di quelle lanciate nel 2017 è già fallito

 

 Il 2017 è stato l’anno della febbre da Bitcoin. Nel corso del quale decine di sigle hanno tentato di salire sul carro (apparentemente vincente) delle criptovalute lanciando le proprie Ico, “Initial coin offering”, metodi di finanziamento destinati appunto ad alimentare la raccolta di capitali tramite la messa in circolazione di “token” digitali, spesso (ma non sempre) monete digitali destinate al mercato e, altrettanto spesso ma non sempre, gestite attraverso una qualche blockchain.
 
Bene, anzi male. Di tutte le Ico lanciate l’anno scorso il 46% sembrerebbe legato a criptovalute già fallite. La bolla, insomma, è già esplosa, stando ai numeri raccolti da Bitcoin.com. Secondo la piattaforma, che ha appunto condotto uno studio delle Ico sulla base dei dati a loro volta raccolti da Tokendata, delle 902 offerte dello scorso anno quasi la metà si è risolta in un nulla di fatto. Con l’evidente perdita dei capitali da parte di chi ci aveva scommesso.
 
Entrando nel dettaglio si nota come delle 902 “Initial coin offering” 142 non hanno mai raggiunto la soglia di raccolta sperata. Altre 276 sono invece lentamente scomparse dai riflettori o costituivano, fin dalle origini, operazioni poco chiare e trasparenti. Cifre che potrebbero in realtà essere più alte: altre 113 società che hanno lanciato Ico e criptomonete, infatti, sono sparite dai social network (non esattamente un ottimo segnale) o sembrerebbero avere così pochi utenti che le utilizzano da sollevare molti dubbi sul successo delle loro operazioni. Anche se diverse sono state lanciate indirizzandosi a targets specifici e non al grande pubblico. In ogni caso anche chi è sopravvissuto non se la passa bene: in poche hanno raccolto cifre sostanziose, diciamo superiori ai 10 milioni di dollari.
 
Da Telegram a Kodak, in ogni caso, sono ancora molte le società che promettono di fare ricorso a questo particolare metodo di finanziamento nel corso dell’anno.

 

fonte simone cosmi repubbica.it

 
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