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Salute e Scienze
Il sistema robotico per la radiochirurgia stereotassica, unico per potenzialità e precisione del trattamento dei tumori Stampa E-mail

IFO: MATTARELLA E ZINGARETTI VISITANO IL CYBERKNIFE E INCONTRANO GLI OPERATORI

 

Minore invasività, maggiore precisione e salvaguardia dei tessuti sani, riduzione degli effetti collaterali, aumento del controllo del tumore a lungo termine, questi sono solo alcuni dei benefici della radiochirurgia robotica Cyberknife di recente installato presso il reparto di Radioterapia dell’Istituto Regina Elena.

 

ll Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha visitato insieme al Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti l’innovativa macchina, unica per potenzialità e precisione del trattamento dei tumori.

Il sistema Cyberknife si compone di un braccio robotico che muove un acceleratore lineare che produce fasci di radiazioni ionizzanti ad alta carica energetica. Una delle peculiarità è quella di muoversi con 6 gradi di libertà attorno al paziente, permettendo l’irradiazione da molteplici punti intorno al paziente stesso.

“Fare innovazione in questi Istituti – ha spiegato Francesco Ripa di Meana, direttore generale degli IFO -  vuol dire  anche rinnovarsi e adattarsi ai nuovi profili dei pazienti non più oggetto di terapie a volte debilitanti, ma spesso cronici o sani portatori di malattia.”

"La vostra visita - ha dichiarato Ripa di Meana, rivolgendosi al Presidente Mattarella e al Presidente Zingaretti -  ci riempie di gratitudine per il riconoscimento che porta al nostro lavoro ci da anche la speranza, anzi direi la sicurezza, che i nostri progetti per il futuro possano diventare parte importante dello sforzo comune per un Paese attento alla sostenibilità ma assolutamente deciso a non rinunciare all’innovazione alla qualità, alla sicurezza  per far stare meglio i cittadini a partire dai  pazienti oncologici e dermatologici.”

 
La tecnica di manipolazione delle cellule staminali sviluppata dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù allargata a leucemie pediatriche e tumori del sangue Stampa E-mail

LEUCEMIE: TRAPIANTO DI MIDOLLO DAI GENITORI OFFRE LE STESSE PROBABILITA’ DI GUARIGIONE DEL TRAPIANTO DA DONATORE COMPATIBILE

           

I risultati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Blood. Un’occasione di guarigione definitiva per centinaia di bambini in Italia e nel mondo

È l’ultima frontiera del trapianto di cellule staminali per i pazienti pediatrici con una leucemia acuta. Una nuova tecnica di manipolazione cellulare messa a punto dai ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e sviluppata con la più grande casistica al mondo nell’Ospedale della Santa Sede su bambini affetti da leucemie e tumori del sangue.

 

Anche in assenza di un donatore completamente compatibile, la nuova tecnica rende possibile il trapianto di midollo da uno dei 2 genitori con percentuali di guarigione sovrapponibili a quelle ottenute utilizzando un donatore perfettamente idoneo.

I risultati eccezionali di questa sperimentazione – potenzialmente applicabile a centinaia di bambini in Italia e nel mondo - sono stati ora pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Blood, giornale leader in campo ematologico e trapiantologico, e rilanciati dalla Società Americana di Ematologia (ASH).

Questa metodologia rivoluzionaria - messa a punto dall’équipe del prof. Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia e Medicina Trasfusionale al Bambino Gesù – era già stata applicata e pubblicata, sempre su Blood, per quanto riguarda le immunodeficienze e le malattie genetiche (talassemie, anemie, ecc.). Il nuovo paper allarga le patologie trattabili con questa innovativa tecnica alle leucemie e ai tumori del sangue.

Il trapianto di cellule staminali del sangue rappresenta una terapia salvavita per un elevato numero di pazienti pediatrici affetti da leucemia o da altri tumori del sangue, così come per bambini che nascono senza adeguate difese del sistema immunitario o con un’incapacità a formare adeguatamente i globuli rossi (malattia talassemica). Per tanti anni, l’unico donatore impiegato è stato un fratello o una sorella immunogeneticamente compatibile con il paziente. Ma la possibilità che due fratelli siano identici tra loro è solamente del 25%. Per ovviare a questa limitazione, sono stati creati i Registri dei Donatori Volontari di Midollo Osseo che arruolano ormai più di 29 milioni di donatori e le Banche di Raccolta e Conservazione del Sangue Placentare, le quali rendono disponibili circa 700.000 unità nel mondo.

A dispetto di questi numeri, esiste un 30-40% di pazienti che non trova un donatore idoneo o che ha un’urgenza di essere avviato al trapianto in tempi non compatibili con quelli necessari a identificare un donatore al di fuori dell’ambito familiare. Con lo scopo di rispondere a questa ‘urgenza’ terapeutica, negli ultimi 20 anni molto si è investito nell’utilizzo di uno dei due genitori come donatore di cellule staminali emopoietiche, per definizione, immunogeneticamente compatibile per il 50% con il proprio figlio.

Tuttavia, l’utilizzo di queste cellule senza alcuna manipolazione rischia di causare gravi complicanze, potenzialmente fatali, correlate alla procedura trapiantologica stessa. Per questo motivo, fino a pochi anni fa, si utilizzava un metodo di ‘purificazione’ di queste cellule che garantiva una buona percentuale di successo del trapianto (attecchimento) ma che, sfortunatamente, si associava ad un elevato rischio infettivo (soprattutto nei primi mesi dopo il trapianto) con un’elevata incidenza di mortalità. Come risultato finale, i trapianti da uno dei due genitori avevano una probabilità di successo significativamente inferiore a quella ottenibile impiegando come donatore un fratello o una sorella, o un soggetto identificato al di fuori dell’ambito familiare.

Negli ultimi anni, i ricercatori dell’Ospedale Bambino Gesù hanno dedicato i loro sforzi a mettere a punto una nuova tecnica di manipolazione delle cellule staminali che permette di eliminare le cellule pericolose (linfociti T alfa/beta+), responsabili dello sviluppo di complicanze legate all’aggressione da parte di cellule del donatore sui tessuti del ricevente (Graft versus host disease), lasciando però elevate quantità di cellule buone (linfociti T gamma/delta+, cellule Natural Killer), capaci di proteggere il bambino da infezioni severe e dalla ricaduta di malattia. In particolare, il ruolo delle cellule Natural Killer da oltre 10 anni è stato oggetto di approfondito e meticoloso studio grazie alla collaborazione tra il prof. Locatelli e il prof. Lorenzo Moretta, responsabile dell’area di ricerca in immunologia del Bambino Gesù.

La stretta interazione tra ricerca clinica e ricerca di base ha permesso di capire che con il nuovo approccio di manipolazione selettiva dei tessuti da trapiantare, i pazienti possono beneficiare fin da subito dell’effetto positivo dei linfociti T gamma/delta+ e delle cellule Natural Killer del donatore. Largo supporto alle attività di ricerca è stato dato da un grant finanziato da AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), che conferma il proprio ruolo importantissimo nel promuovere importanti avanzamenti terapeutici nella cura dei tumori nel nostro Paese.

In particolare, questa innovativa procedura di trattamento cellulare è stata applicata a 80 pazienti con leucemie acute resistenti ai trattamenti convenzionali o già ricadute dopo i convenzionali trattamenti chemioterapici. I risultati del Bambino Gesù dimostrano come il rischio di mortalità da trapianto è straordinariamente basso (nell’ordine del 5%), il rischio di ricaduta di malattia è del 24% e, conseguentemente, la probabilità di cura definitiva per questi bambini è superiore al 70%, un valore sovrapponibile (anzi lievemente migliore) a quello ottenuto nello stesso periodo in pazienti leucemici trapiantati (sempre nell’Ospedale della Santa Sede) da un donatore, familiare o non consanguineo, perfettamente compatibile. Inoltre, il rischio particolarmente basso di sviluppare complicanze a breve e lungo termine correlate al trapianto ottenuto grazie a questo nuovo approccio metodologico, rende questa procedura un traguardo solo pochi anni fa impensabile e, oggi, una realtà potenzialmente applicabile a centinaia di altri bambini nel mondo

 
Si nasconderebbe in perline di vetro formatesi in antiche eruzioni vulcaniche. Se confermata, la scoperta pubblicata su Nature Geoscience rivoluzionerà i progetti di colonizzazione del satellite della Terra. Stampa E-mail

L'ultimo segreto della Luna: "Il suo interno è ricco di acqua"

E costringerà a rivedere le teorie sulla sua formazione

Sulla Luna c'è molta più acqua del previsto. Anche se, stando all'ultima ricerca si nasconde nel sottosuolo, anzi in ciò che resta di antiche eruzioni vulcaniche. Lo sostiene uno studio pubblicato dalla rivista Nature Geoscience che ha analizzato i dati relativi ai depositi vulcanici della Luna: secondo gli scienziati Shuai Li e Ralph Milliken della Brown University di Providence, negli Usa, tali depositi conterrebbero una quantità di acqua inusualmente alta, soprattutto se confrontata con il suolo circostante: "Abbiamo trovato chiari segni di questa presenza utilizzando i dati forniti dai satelliti artificiali". Secondo gli stessi scienziati queste riserve sotterranee potrebbero essere utilizzate come una risorsa molto importante in occasione di futuri progetti di esplorazione.

 L'acqua lunare sarebbe intrappolata in perline di vetro formatesi durante le eruzioni esplosive del magma proveniente dall'interno del satellite. Già durante le missioni Apollo 15 e Apollo 17 alcuni campioni lunari riportati sulla Terra avevano rivelato la presenza di tracce di acqua intrappolata all'interno. "Il dilemma" spiega Milliken "era se quei campioni fossero una eccezione o rappresentativi del suolo del nostro satellite. I nostri dati ora ci dicono che quella non era una anomalia: la parte interna della luna è davvero bagnata".

LEGGI Tracce di acqua sulla Luna, forse portata da asteroidi

La scoperta, se confermata, avrà conseguenza anche sulle teorie relative all'origine della Luna. L'ipotesi principale è che si sia formata dai detriti di una collisione spaziale tra un pianeta delle dimensioni di Marte e quella che sarebbe diventata poi la Terra. Secondo gli scienziati, una dinamica del genere avrebbe prodotto così tanto calore da impedire all'idrogeno (necessario a formare l'acqua) di fermarsi sulla neonata Luna.

 "La crescente evidenza di acqua all'interno del satellite terrestre suggerisce invece che in qualche modo l'idrogeno è sopravvissuto, oppure che è arrivato sulla Luna subito dopo la sua formazione trasportato da comete o asteroidi. Ma la sua origine resta ancora un mistero" conclude Shuai Li.

 

fonte repubblica.it

 
Alzheimer, scoperta la struttura della proteina Tau: svolta per nuovi farmaci Stampa E-mail

E' la 'fotografia' più dettagliata mai scattata finora. Un'immagine che riesce a cogliere fino ai dettagli atomici della proteina Tau nel cervello di un paziente con diagnosi confermata di Alzheimer. A scattarla è stato un team di scienziati del Laboratorio di biologia molecolare del Medical Research Council (Mrc) nel Regno Unito e dell'Indiana University School of Medicine, il primo a 'svelare' le strutture dei filamenti di Tau ad altissima risoluzione. L'occhio della scienza arriva così fin nel cuore della malattia 'ladra di ricordi'.

I ricercatori del Mrc guidati da Michel Goedert e Sjors Scheres, insieme ai colleghi dell'ateneo statunitense Bernardino Ghetti e Holly Garringer, evidenziano l'importanza della loro scoperta, pubblicata online in questi giorni su 'Nature'. Scoperta che Ghetti definisce come una delle più importanti degli ultimi 25 anni nel campo della ricerca sulla malattia di Alzheimer. "E' un grande passo avanti", sottolinea lo scienziato. "È chiaro che la tau è estremamente importante per la progressione dell'Alzheimer e di alcune forme di demenza. Ora per quanto riguarda la progettazione di agenti terapeutici le possibilità diventano enormi".

Le proteine ​​Tau sono un elemento stabilizzante nei cervelli sani, ma quando diventano difettose ​​possono formare fasci di filamenti - grovigli - noti come marcatori primari dell'Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative. I filamenti di Tau sono invisibili a un microscopio 'light', precisa Ghetti, e senza immagini ad alta risoluzione che mostrano la loro struttura atomica è stato difficile decifrare il loro ruolo nello sviluppo di queste patologie.

Il team ha così deciso di utilizzare una tecnica di imaging emergente, la crio-microscopia elettronica (Cryo-electron microscopy) che permette lo studio di campioni a temperature molto basse, per andare a vedere dettagli a livello atomico nelle strutture di queste proteine.

Ghetti e Garringer hanno esplorato più aree del cervello e il Dna del paziente con Alzheimer per facilitare l'analisi delle proteine ​​Tau mediante la crio-microscopia elettronica. Le nuove immagini e la loro analisi, osserva Ghetti, potrebbero aiutare gli scienziati a comprendere meglio i meccanismi molecolari che causano l'Alzheimer e identificare nuove strategie di prevenzione, diagnosi e trattamento per questa e altre malattie neurodegenerative.

E' la 'fotografia' più dettagliata mai scattata finora. Un'immagine che riesce a cogliere fino ai dettagli atomici della proteina Tau nel cervello di un paziente con diagnosi confermata di Alzheimer. A scattarla è stato un team di scienziati del Laboratorio di biologia molecolare del Medical Research Council (Mrc) nel Regno Unito e dell'Indiana University School of Medicine, il primo a 'svelare' le strutture dei filamenti di Tau ad altissima risoluzione. L'occhio della scienza arriva così fin nel cuore della malattia 'ladra di ricordi'.

I ricercatori del Mrc guidati da Michel Goedert e Sjors Scheres, insieme ai colleghi dell'ateneo statunitense Bernardino Ghetti e Holly Garringer, evidenziano l'importanza della loro scoperta, pubblicata online in questi giorni su 'Nature'. Scoperta che Ghetti definisce come una delle più importanti degli ultimi 25 anni nel campo della ricerca sulla malattia di Alzheimer. "E' un grande passo avanti", sottolinea lo scienziato. "È chiaro che la tau è estremamente importante per la progressione dell'Alzheimer e di alcune forme di demenza. Ora per quanto riguarda la progettazione di agenti terapeutici le possibilità diventano enormi".

Le proteine ​​Tau sono un elemento stabilizzante nei cervelli sani, ma quando diventano difettose ​​possono formare fasci di filamenti - grovigli - noti come marcatori primari dell'Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative. I filamenti di Tau sono invisibili a un microscopio 'light', precisa Ghetti, e senza immagini ad alta risoluzione che mostrano la loro struttura atomica è stato difficile decifrare il loro ruolo nello sviluppo di queste patologie.

Il team ha così deciso di utilizzare una tecnica di imaging emergente, la crio-microscopia elettronica (Cryo-electron microscopy) che permette lo studio di campioni a temperature molto basse, per andare a vedere dettagli a livello atomico nelle strutture di queste proteine.

Ghetti e Garringer hanno esplorato più aree del cervello e il Dna del paziente con Alzheimer per facilitare l'analisi delle proteine ​​Tau mediante la crio-microscopia elettronica. Le nuove immagini e la loro analisi, osserva Ghetti, potrebbero aiutare gli scienziati a comprendere meglio i meccanismi molecolari che causano l'Alzheimer e identificare nuove strategie di prevenzione, diagnosi e trattamento per questa e altre malattie neurodegenerative.

Fonte adnkronos.com

 

 

 
La scoperta, annunciata nella conferenza della Società Europea di Fisica in corso a Venezia è avvenuta grazie all'acceleratore più grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc) Stampa E-mail

Cern, scoperta la particella Xi: "Inseguita da anni, ci aiuterà a capire cosa tiene insieme la materia"

 

Scoperta al Cern la particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la 'colla' che tiene unita la materia e capire una delle quattro forze fondamentali della natura: la forza forte, la più intensa ma anche quella con il raggio di azione più piccolo, che agisce solo a livello delle particelle subatomiche. La scoperta, annunciata nella conferenza della Società Europea di Fisica in corso a Venezia e in via di pubblicazione sulla rivista Physical Review Letters, è avvenuta grazie all'acceleratore più potente del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc), in particolare a uno dei suoi quattro rivelatori: LHCb, coordinato dall'italiano Giovanni Passaleva dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

La particolarità di "mister Xi" è di avere al suo interno due quark pesanti. Pur essendo prevista dalla teoria, la presenza di due "pesi massimi" all'interno della stessa particella è stata osservata solo oggi per la prima volta. La sua massa, di conseguenza, è particolarmente grande: oltre 3.600 Mev, quasi quattro volte quella del protone. Anche la carica elettrica positiva è doppia rispetto al protone. Quindici anni fa il laboratorio americano Fermilab annunciò un'osservazione simile (ma con margini di incertezza molto più alti rispetto a oggi), ma con una massa molto diversa rispetto a quanto teorizzato. L'osservazione del Cern invece rispetta esattamente le previsioni, e dissipa le ansie che il precedente americano poteva aver sollevato.

"Trovare una particella con due quark pesanti è di grande interesse perché può fornire uno strumento unico per approfondire la cromodinamica quantistica, la teoria che descrive l'interazione forte, una delle quattro forze fondamentali", spiega Passaleva. "Queste particelle contribuiranno così a migliorare il potere predittivo delle nostre teorie". La "nuova arrivata" non esiste normalmente in natura. "E' molto instabile" conferma Passaleva. "Viene prodotta negli acceleratori o quando i raggi cosmici, ad esempio protoni prodotti da una supernova che viaggiano nello spazio, raggiungono l'atmosfera e la colpiscono con tutta la loro energia". La vita di questa particella è molto breve: circa un millesimo di miliardesimo di secondo. Poi "mister Xi" decade in particelle più leggere.

La maggior parte della materia che vediamo intorno a noi è composta da barioni, particelle comuni composte da tre quark. I più noti sono protoni e neutroni, ma poiché in natura esistono sei tipi di quark diversi, teoricamente le combinazioni di barioni possibili sono molto numerose. Non tutte, però, sono state osservate nella realtà. All'appello mancavano proprio le particelle composte da più di un quark pesante (detto quark charm). Il terzo componente della nuova particella (il cui nome completo è Xicc++) è un quark up. "Trovata questa particella, ora cercheremo di osservare anche le sue due sorelle" aggiunge il fisico fiorentino che guida LHCb. "Quella con il terzo quark di tipo down oppure di tipo strange".

"In contrasto con le altre particelle finora noti, in cui i tre quark eseguono una elaborata danza l'uno attorno all'altro, ci aspettiamo che il barione con due quark pesanti agisca come un sistema planetario, dove i due quark pesanti giocano il ruolo di stelle che orbitano l'una attorno all'altra, mentre il quark più leggero orbita intorno a questo sistema binario", ha aggiunto Guy Wilkinson, ex-coordinatore della collaborazione. Proprio ieri, il 4 luglio, cadeva il quinto anniversario dell'annuncio della scoperta del bosone di Higgs, sempre grazie all'acceleratore di particelle Lhc del Cern di Ginevra.

fonte ELENA DUSI repubblica.it

 
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