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Giornalisti e cittadini lavoreranno insieme con l'obiettivo di confezionare notizie neutrali. E, soprattutto, "fact-checked" cioè verificate Stampa E-mail
Giovedì 27 Aprile 2017 19:24

Mr. Wikipedia lancia Wikitribune: "La trasparenza per battere le bufale"

 

 Jimmy Wales

 

Dopo Google e Facebook, un'altra colonna portante del mondo hi-tech scende in campo contro la diffusione online di notizie false. Stavolta a schierarsi contro le fake news è nientemeno che il fondatore di Wikipedia, la più grande enciclopedia libera sul web. Jimmy Wales, infatti, ha appena lanciato una campagna di crowdfunding per un nuovo progetto. Si chiama Wikitribune e poggia, in parte, le basi sulla stessa colonna portante che ha reso Wikipedia il gigante che è oggi: i volontari. Ma non li mette a lavoro da soli. Li affianca a professionisti dell'informazione, con l'obiettivo di confezionare notizie neutrali. E, soprattutto, "fact-checked" cioè verificate. 
 
"Wikitribune è informazione fatta dalle persone per le persone", ha dichiarato Wales. "Questa è la prima volta che giornalisti-professionisti e cittadini-giornalisti lavorano fianco a fianco, come pari, scrivendo le notizie mentre succedono, modificandole in corso d'opera e con alle spalle una comunità che controlla e ricontrolla tutti i fatti". Detta in altri termini: Wikitribune vuole diventare un sito di notizie con incorporato un senso di comunità. Come Wikipedia potrà essere consultato gratuitamente e sarà libero da ogni tipo di pubblicità (un progetto simile in Italia è Valigia blu). Ma a differenza dell'enciclopedia, dove tutto si fonda sul puro e semplice volontariato, i giornalisti che faranno parte dello staff di Wikitribune avranno uno stipendio. A loro spetterà il compito di redigere i contenuti e garantire un aggiornamento giornaliero, altrimenti impossibile. Mentre il focus dei supporter sarà quello di vigilare sulla trasparenza e la correttezza delle informazioni, grazie anche alla condivisione di trascrizioni, video e audio delle interviste. 
 
Wales conta di reclutare una ventina di professionisti. Verranno pagati grazie alle donazioni dei lettori che, anche se non interferiranno sulle scelte quotidiane, potranno in un certo senso orientare la "linea editoriale" del sito. Per esempio, i bitcoiner potrebbero decidere di finanziare Wikitribune per seguire le notizie riguardanti la criptomoneta e la blockchain in maniera più accurata rispetto a quanto fanno i media mainstream. 
 
Il progetto può contare su supporto e consigli di Jeff Jarvis, professore e giornalista, Lawrence Lessig, giurista statunitense e Guy Kawasaki, investitore della Silicon Valley. Si parte in inglese per poi aggiungere altre lingue, se il piano funziona. La tempistica non sembra casuale, il lancio precede l'apertura della campagna elettorale in Gran Bretagna. Anche se Wales ha fatto sapere di aver avuto l'idea dopo le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Secondo alcuni commentatori, la disinformazione avrebbe preparato il terreno per l'elezione del repubblicano Donald Trump, veicolando news infondate e contribuendo a polarizzare gli utenti in due schieramenti contrapposti. Le critiche hanno convinto compagnie digitali e politici a prendere provvedimenti al riguardo. In Germania è stata introdotta una nuova norma che prevede multe fino a 500mila euro per i social network che non provvedono a rimuovere una notizia falsa entro 24 ore dalla segnalazione. E anche in Italia il tema è stato più volte affrontato dalla presidente della Camera, Laura Boldrini. Mentre la proposta di legge presentata dalla senatrice Adele Gambaro, che prevede multe e carcere per chi diffonde bufale, è stata definita un attacco alla libertà di espressione.
 
"La diffusione di informazioni false è una vera minaccia - ha scritto Jimmy Wales in un editoriale per il Guardian lo scorso febbraio - che mina la nostra capacità di avere conversazioni sensate e risolvere i problemi". La soluzione per lui passa dalla trasparenza possibile grazie alle piattaforme tecnologiche: "Se esiste una kryptonite contro le informazioni false, è questa".
 
Fonte  ROSITA RIJTANO repubblica.it

 

 
Il social network lancia da noi e in altri 14 Paesi dieci consigli per riconoscere le fake news. E intende colpire i siti che le diffondono bloccando le condivisioni. Stampa E-mail
Giovedì 06 Aprile 2017 20:51

Facebook, una guida contro le notizie bufala per l'Italia

"Sappiamo che la nostra comunità vuole informazioni precise. E abbiamo ancora tanto lavoro da fare, ma questo è un altro importante passo in avanti" ha scritto Mark Zuckerberg

 

 Un avviso ai naviganti in dieci regole, o in dieci consigli che dir si voglia, per evitare di cascare nella trappola delle notizie bufala. Così Facebook pensa di arginare un fenomeno che preoccupa tutti: una guida all’uso consapevole delle informazioni che circolano sul social network. Comparirà domani nella sezione delle Notizie (news feed) in 14 Paesi fra i quali l'Italia.
 
Nella guida si invita a controllare le fonti, a fare attenzione ai titoli d’effetto, ad usare una capacità critica quando si legge, a controllare le date e le testimonianze. Insomma, tutt’altra storia rispetto al bollino rosso pensato per i Paesi anglosassoni da applicare sulle news sospette. Semplice buon senso in pillole. Ed è a tempo: scompare dopo tre volte che la si è consultata e anche se non viene aperta, nel giro di 72 ore verrà comunque tolta. “Perché se la lasciassimo di più potrebbe dar noia alle persone avendo un effetto controproducente”, spiega Adam Mosseri, vice presidente di Facebook a capo della divisione che si occupa delle news.


In pratica Facebook individuerà i siti che pubblicano fake news, bloccando la loro cassa di risonanza fino a chiudere il profilo. Bisogna però capire quanto gli algoritmi riusciranno nell'impresa. La proposta di legge del ministro della Giustizia tedesco, Heiko Maas, di multare i social network fino a 50 milioni di euro se in 24 ore non cancellano le notizie false, sembra una misura decisamente più efficace sulla carta.
 
Per spiegare come funziona il news feed Adam Mosseri, usa la metafora del cibo. "E' come un sistema che cerca di analizzare i gusti delle persone per fornirgli le cose che preferiscono grazie all’analisi delle loro attività online e le loro condivisioni. Mosseri sembra però non rendersi conto di quanto sia pericoloso accostare l’idea del piacere del palato con l’informazione, che non deve essere gradevole ma rilevante. E presta così il fianco alle critiche di persone come Ethan Zuckerman, direttore del Center for Civic Media al Mit, convinto che Facebook diffonda solo quel che crede le persone vogliono sentirsi dire e non quello che è importante.

L'annuncio fatto da Mark Zuckerberg sulla guida messa a punto assieme con la First Draft News, ha subito scatenato le polemiche. Aluni chiedeno come si possa decidere cosa è falso e cosa no, altri invece applaudono. "Fermare la diffusione di notizie false è una parte importante della costruzione di una comunità informata", scrive il fondatore del social network. "Sappiamo che la nostra comunità vuole informazioni precise. E abbiamo ancora tanto lavoro da fare, ma questo è un altro importante passo in avanti".

  "Questo è solo un primo passo", promette anche il vice presidente di Facebook: "Siamo impegnati nella costruzione di nuovi prodotti per frenare la diffusione di notizie false e migliorare la diversità di informazione". Vedremo quali saranno le prossime mosse. Non solo quelle di Facebook, ma a questo quelle dei governi europei che intendono porre un rimedio per legge alle bufale e all'odio online.

 

fonte  JAIME D'ALESSANDRO repubblica.it

 
Negli Stati Uniti gli Isp potrebbero presto rivendersi la storia web dei loro clienti. In UK è già conservata e utilizzata a fini di indagine. Chi e perché vuole vedere dove navighiamo o cosa cerchiamo. E come difendersi Stampa E-mail
Mercoledì 29 Marzo 2017 11:37

Chi vuol mettere le mani sulla tua navigazione in internet

 

C’è una battuta, che circola in Rete, e che nelle sue varianti suona più o meno così: “Quel momento quando, da morto, ti accorgi di non aver cancellato la cronologia”. Segue immagine di terrore. Già, perché non c’è nulla di più personale e, come vedremo, di meno privato della nostra navigazione in internet. Per capirlo basta aprire la cronologia del proprio browser e provare a scorrerla: decine di siti ogni giorno. Moltiplichiamoli per mesi, poi per anni. Un elettroencefalogramma della nostra esistenza online, che però affonda in gran parte della vita offline. Siti di intrattenimento, o di medicina, di politica o di prodotti di consumo, di sesso, di viaggi, di cronaca nera, di propaganda, di qualsiasi tema che almeno una volta siamo andati a vedere in Rete anche solo per curiosità. Siti che mostrano interesse, repulsione, paura, desiderio per qualcosa. Malattie, disfunzioni, problemi finanziari, mentali. Intenzioni, pensieri abbozzati, interrogativi e ricerche bizzarre o casuali senza un perché. Abbastanza per ritenere che non sia qualcosa che si debba condividere con nessuno. Eppure chi fornisce il servizio di connessione internet è potenzialmente in grado di vedere almeno una parte di tutto ciò. Cosa succederebbe se per legge fosse autorizzato, o magari obbligato, a raccogliere questi dati su milioni di persone? Purtroppo, due prime risposte stanno già arrivando dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna.

Ieri il Congresso statunitense ha approvato una controversa legge che di fatto è un via libera per i fornitori di connettività internet (gli Isp, Internet service provider) alla vendita a terze parti delle informazioni raccolte sui loro clienti, inclusa la loro “storia web”, cioè dove vanno col browser. Significa che “l’Isp può tracciare ogni tuo movimento online e venderlo a chi offre di più”, è stato il commento della Electronic Frontier Foundation, nota associazione per i diritti digitali. 

La legge - approvata sul filo di lana col voto repubblicano e che ora attende solo la firma del presidente Trump per diventare realtà - ribalta delle precedenti norme a tutela della privacy dei cittadini passate sotto Obama dalla Federal Communications Commission (FCC) - l’agenzia indipendente che regola il settore delle telecomunicazioni. I repubblicani, utilizzando una legge nota come Congressional Review Act (CRA), sono riusciti non solo a rovesciarle ma anche a fare in modo che la FCC non possa più intervenire al riguardo.  

Le regole della FCC (che ancora dovevano entrare in vigore) avevano sancito l’obbligo per gli Isp di comunicare ai loro clienti quali informazioni raccoglievano; e soprattutto avevano stabilito un meccanismo di “opt-in” nel caso in cui un fornitore di servizi internet volesse vendere i dati dei suoi clienti. Significa che doveva ottenere il consenso degli stessi. Ora invece nella migliore delle ipotesi saranno gli utenti a dover richiedere di non rientrare nei programmi di compravendita di dati. 

Tra l’altro non è difficile immaginare - perché già avvenuti - vari disincentivi nei confronti di chi volesse proteggere la propria privacy. Nel 2013 AT&T aveva messo un sovraprezzo di 29 dollari al mese per quei clienti che volevano rimanere fuori da un sistema di analisi del loro traffico internet per consegnare pubblicità ultramirata. Sistema poi abbandonato poco prima che la FCC adottasse le nuove regole sulla privacy, ma che a questo punto potrebbe tornare in auge insieme ad altri simili. 

La motivazione di chi ha proposto l’annullamento delle protezioni sulla privacy è che riguardavano solo i fornitori di connettività internet, e non le aziende di servizi web come Google e Facebook, provocando uno svantaggio competitivo. Qualcuno ha fatto però notare che semmai si potevano alzare anche le protezioni degli utenti di piattaforme web, invece di toglierle a tutti. 

La legge sui poteri di indagine in UK  

Gli Usa non sono l’unico Paese dove la navigazione internet di milioni di persone è diventata una preda ghiotta. Per aziende. Ma anche per governi. La Gran Bretagna lo sa bene, tanto da aver introdotto recentemente le misure occidentali più invasive al riguardo. L’Investigatory Powers Act, una legge approvata a fine novembre che estende i poteri d’indagine della polizia in UK, obbliga gli Internet service provider (Isp) a conservare per un anno la storia web di tutti i cittadini britannici così come l’utilizzo di apps. Che dati sono salvati esattamente? È come la nostra cronologia, anche se meno dettagliata. Si vede a quali siti ci si è connessi (come www.helpaids.it), senza vedere le pagine specifiche (esempio: http://www.helpaids.it/chiediesperto). Inoltre per accedere a tali informazioni non serve l’autorizzazione di un giudice: la polizia potrà fare ricerche a piacimento su questo database, previo ok di un funzionario. E non solo la polizia. “Ci sono 48 autorità che possono vedere questi dati, includono forze dell’ordine e agenzie di intelligence ma anche enti locali e altre organizzazioni governative, come l’agenzia britannica per l’alimentazione (Food Standard Agency)”, commenta a La Stampa Pam Cowburn, della Ong Open Rigts Group che sta combattendo la legge sul fronte legale. O ancora, enti come la Commissione sul gioco d’azzardo, o il Ministero del welfare. Secondo alcune stime, sarebbero oltre 16mila le persone autorizzate ad accedere, sostiene l’Ong. “Registrare l’utilizzo del web di tutti i cittadini minaccia i nostri diritti alla privacy e alla libertà d’espressione”, prosegue Cowburn. “La sorveglianza dovrebbe essere sempre mirata su chi è sospettato di un crimine”. 

L’Investigatory Power Act prevede anche altre misure: ad esempio regolamenta pratiche già esistenti in Gran Bretagna - alcune svelate da Edward Snowden - come la raccolta di metadati dal traffico globale o l’hacking dei dispositivi di singoli individui (per questo è però previsto un mandato). E introduce pure la possibilità di un hacking di massa, ma solo verso entità straniere. L’hacking statale in questo caso viene definito con un eufemismo: “equipment interference”. 

Il giudice Usa che vuole le ricerche di tutta una città  

Ma torniamo alla navigazione web. Una notizia arrivata pochi giorni fa di nuovo dagli Usa ha messo sotto la lente i motori di ricerca. Un giudice del Minnesota ha infatti emesso un’ ingiunzione in cui chiede a Google di fornire alla polizia della cittadina di Edina tutti i dati relativi a suoi utenti che, in quell’area geografica, abbiano fatto una specifica ricerca online in un certo lasso di tempo. L’obiettivo dell’insolita e clamorosa richiesta è di individuare un ladro, un truffatore che ha rubato circa 28mila dollari. Questo perché il sospetto avrebbe inviato via fax la foto della vittima, o meglio di quella che riteneva essere la sua vittima, scaricata presumibilmente da internet. Gli investigatori, facendo una ricerca su Google del nome della vittima, hanno trovato la stessa foto (che in realtà ritrae un’altra persona) usata dal ladro. Quindi ritengono che il criminale abbia fatto una ricerca online del nome della vittima, per copiarne l’immagine e falsificare un passaporto. Per cui avrebbero voluto i dati di tutti quelli che avevano cercato, in quel mese, in quella città, il nome della vittima o sue variazioni. Google si è opposta, e per ora il caso è fermo, ma ha già fatto inorridire avvocati e organizzazioni per i diritti digitali. Sebbene la vicenda fosse abbastanza specifica, potrebbe creare un precedente applicabile in mille altri contesti. “Non possiamo commentare casi singoli, ma se crediamo che una richiesta sia troppo ampia, cerchiamo di limitarla”, commenta a La Stampa Claudio Monteverde, Corporate Communication Manager per Italia, Grecia e Malta di Google. 

Ma per quanto tempo Google tiene i dati sulle ricerche dei suoi utenti? “Ci atteniamo alla scelta fatta dall’utente e conserviamo i dati che questi desidera conservare, proprio come conserviamo la sua email finché lui stesso non chiede di cancellarla”. Quindi se una persona non cancella mai i suoi dati, questi sono conservati anche per anni. Da un anno è mezzo gli utenti Google possono usare uno strumento apposito, Account personale (myaccount.google.com), per verificare tutte le proprie impostazioni di privacy. Qui possono disattivare e sospendere la raccolta dei dati per la cronologia delle ricerche e delle localizzazioni o per l’attività vocale e audio. In Italia, sulla base anche di quanto richiesto dal Garante della privacy, Google rende inaccessibili i dati di un utente 24 ore dopo la sua richiesta e li cancella entro 2 mesi, se i dati sono su sistemi attivi. O entro 6 mesi, se sono archiviati su sistemi di backup. 

La data retention in Italia  

Per quanto riguarda invece dati relativi al traffico telefonico o telematico raccolti in Italia da Isp e telco, stiamo parlando non di contenuti o di “storia web”, ma solo di metadati delle chiamate o delle connessioni: mittente, destinatario, tipo di chiamata, data, durata, dati della cella telefonica, data e ora della connessione e della disconnessione, indirizzi IP ecc. Tutte queste informazioni sono attualmente conservate in Italia di fatto per oltre due anni (da metà 2015 a luglio 2017), a seguito del decreto antiterrorismo del 2015 e di successive modifiche che hanno aumentato di nuovo i tempi di conservazione rispetto alle indicazioni della Corte di giustizia europea del 2014. Questa aveva annullato la precedente direttiva sulla data retention, la conservazione dei dati degli utenti, proprio per la sua natura indiscriminata. 

“Con la legge antiterrorismo abbiamo congelato la conservazione dei dati a una data fissa, che probabilmente verrà spostata mano a mano con buona pace della Corte di giustizia europea”, commenta a La Stampa Carlo Blengino, avvocato e fellow del Nexa Center for Internet and Society di Torino. Ma non è una violazione di quanto stabilito dalla Corte? “Dipende. Una interpretazione della sentenza è che la raccolta dati sarebbe illecita se non accompagnata da stringenti norme che limitano e disciplinano l’accesso. Una simile interpretazione potrebbe salvare il decreto antiterrorismo e le successive proroghe perché l’accesso sarebbe limitato per indagini su terrorismo”. 

Come proteggere la propria navigazione online  

Per aumentare il livello di privacy di quello che si fa online, a partire dalla navigazione, bisogna in qualche modo cifrare il proprio traffico internet. Sicuramente aiutano tutti quei i siti che offrono connessioni HTTPS (in cui appare anche il lucchetto nella barra) e che di solito sono implementati dalle banche o dalle webmail ma sempre di più anche da media. In questo caso l’Isp sarà ancora in grado di vedere che ci connettiamo a quei siti, ma non cosa ci facciamo. Nel caso di una testata, non vedrà gli articoli specifici che stiamo leggendo. In generale è raccomandabile usare una estensione del browser come HTTPS Everywhere, che favorisce l’utilizzo di una connessione protetta se prevista dal sito cui ci stiamo collegando. Altri metodi per aumentare il livello di privacy è usare una VPN (Virtual Private Network, letteralmente rete privata virtuale). Ci si appoggia a un servizio o un’azienda (spesso a pagamento) per cifrare e far passare dai suoi server tutto il nostro traffico internet. Ovviamente bisogna fidarsi di chi offre il servizio. Infine si può usare Tor, il noto software per l’anonimato. Non a caso i tutorial e gli articoli sull’uso di VPN e Tor sui media anglosassoni sono aumentati proprio in concomitanza delle recenti leggi inglesi e statunitensi. 

 

fonte  carola frediani lastampa.it

 
La novità è stata anticipata da WABInfo su Twitter. Stampa E-mail
Martedì 28 Marzo 2017 08:19

WhatsApp, messaggi cancellabili entro 2 minuti

 L'ultima scommessa di WhatsApp: due minuti di tempo per cancellare il messaggio una volta inviato. E' il tempo che la chat più famosa pensa di accordare agli utenti dando la possibilità di cancellare le parole digitale e ancora non lette dal destinatario.

 
Scrivere messaggi WhatsApp parlando con la voce Stampa E-mail
Venerdì 03 Marzo 2017 10:04

WhatsApp trasforma il messaggio vocale in testo

 

Quando non si ha la possibilità di scrivere, inviare messaggi vocali con WhatsApp è molto comodo. Ma non è detto, come ricorda 'LaLeggePerTutti.it', che l’altra persona che lo riceve possa ascoltarlo.

Se l’altra persona si trova in un luogo in cui è necessario non fare rumore come una biblioteca o una sala riunione, sicuramente non può ascoltare il messaggio vocale. L’unico modo per essere certi che lo possa leggere è quello di inviarglielo come testo. Esiste un modo per dettare un messaggio su WhatsApp in modo che sia spedito tradizionalmente.

Basta utilizzare Siri, l’assistente personale presente su tutti i dispositivi iOS. Prima bisogna premere il tasto Home o pronunciare la frase 'Hey Siri', poi bisogna pronunciare il comando 'Inviare messaggio WhatsApp'. Siri ci chiederà quindi prima il nome del destinatario e poi il messaggio da inviare. Infine dovremo confermare col comando Invia.

Se invece siamo già dentro WhatsApp, tocchiamo il campo dove dobbiamo scrivere il messaggio per far comparire la tastiera. Sulla sinistra della barra Spazio tocchiamo il tasto col microfono. A questo punto non ci resta che pronunciare il nostro messaggio per dettarlo in WhatsApp e confermare l’invio toccando l’icona con la freccia.

Se abbiamo un telefonino Android possiamo usare l’assistente vocale di Google. Per farlo basta toccare l’icona del microfono dalla schermata Google Home oppure pronunciare il comando 'Ok Google'. L’assistente vocale si metterà quindi in ascolto. Pronunciamo il comando 'Invia messaggio WhatsApp'. Anche in questo caso ci verrà chiesto di pronunciare prima il nome del destinatario e poi il messaggio da inviare. Confermiamo il tutto col comando Invia. Se invece siamo dentro WhatsApp, tocchiamo sempre il campo di immissione del testo per far apparire la tastiera. Tocchiamo quindi l’icona col microfono presente nella barra di suggerimento delle parole subito sopra la tastiera virtuale (non quella di WhatsApp per il messaggio vocale). Pronunciamo il nostro messaggio e inviamo.

In alternativa si può utilizzare un’app di terze parti per la dettatura vocale come ad esempio Voice to Text scaricabile dal Play Store che oltre a permetterci di dettare il testo, lo traduce prima di inviarlo a WhatsApp.

 

FONTE adnkronos.com

 
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