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Tecnologia
Una breve guida in per riconoscere subito chiamate commerciali e truffe e vivere felici senza cascarci Stampa E-mail
Domenica 11 Marzo 2018 10:11

Come difendersi dalle telefonate spam

 

L’Italia è la seconda nazione europea col maggior numero di telefonate moleste. Con l’8,8 % di chiamate spam tra quelle ricevute da ogni utente, il nostro Paese si posiziona dietro al Regno Unito. Il tutto in una classifica globale dominata da India e Stati Uniti e che vede l’Italia alla 13esima posizione. A stilare la graduatoria è Truecaller, un’applicazione per gestire le chiamate in entrata.  

Infatti, la ricerca è basata sui dati estrapolati da coloro che utilizzano il software. 

Pubblicata nel 2017, la classifica riporta anche alcune informazioni sul mittente delle telefonate. In particolare, in Italia, il 24% delle chiamate sono effettuate da operatori telefonici, contro il 2% degli Stati Uniti. Il 53% invece, proviene da agenzie di telemarketing, mentre il 23% è ripartito tra chiamate per servizi finanziari, assicurazioni e truffe di vario genere. 

Il Parlamento ha cercato di affrontare il problema con la legge sul telemarketing, approvata poco prima di Natale. La nuova normativa istituisce un prefisso per identificare le chiamate commerciali e introduce la possibilità di iscriversi, anche per i numeri di cellulare, al registro delle opposizioni. Un elenco che identifica quei numeri di telefono che non devono essere chiamati dai call center. Per iscriversi, basta accedere al sito web ufficiale e seguire le procedure necessarie. Il tutto tramite modulo online, telefonata o mail.  

Infine la nuova legge prevede anche che le autorizzazioni all’uso del numero telefonico per finalità commerciali, spesso concesse per errore, decadano nel momento in cui ci si iscrive al registro.. Allo stesso tempo però, sono presenti alcune deroghe: ad esempio l’eliminazione del proprio numero dagli elenchi dei call center non vale per quelle utenze che hanno dato il consenso all’utilizzo nei 30 giorni precedenti all’iscrizione. Insomma, un passo in avanti ma ancora non basta. Per questo motivo, La Stampa ha stilato una guida in tre punti per difendersi dallo spam telefonico su smartphone.  

AFFIDARSI ALLE APP  

Molto probabilmente l’opzione più efficace è l’utilizzo di applicazioni che evitano la ricezione di telefonate moleste o commerciali. True Caller è una delle più celebri ed è disponibile sia per Android che per iOS. Oltre a zittire le chiamate da numeri indesiderati, blocca anche le utenze dei call center e dei possibili truffatori. I numeri infatti, sono inseriti in un database aggiornato. Mr Number invece è compatibile solo con Android e oltre al blocco delle chiamate (provenienti da tutto il mondo) è in grado di intercettare non solo i numeri privati ma anche quelli dei call center. Infine, per quanto riguarda iOS, Spam Defender è un’app gratuita che blocca chiamate ed SMS provenienti dall’Italia.  

LA LISTA NERA  

Inserire nella lista nera un numero indesiderato è probabilmente la reazione più automatica, ma anche la meno efficace. Può servire però, nel caso di un numero che chiama più volte e in maniera persistente. Sia su iOS che Android, basta andare su “chiamate recenti”, tenere premuto sul numero e cliccare l’opzione “blocca”. Su alcuni telefoni Android poi, è anche possibile segnalare le utenze telefoniche come spam. 

CAMBIARE TELEFONO  

Infine, sul mercato sono disponibili smartphone che permettono di individuare le telefonate indesiderate. Infatti gli ultimi modelli Galaxy S (7, 8, 9) sono dotati della funzione smart call , che identifica numeri spam e appartenenti ai call center. Allo stesso tempo, anche gli smartphone della linea Pixel sono provvisti di un sistema di identificazione delle chiamate moleste.  

 

fonte marco tonelli la stampa.it

 
In Italia le emissioni hanno un valore equivalente di 170 g/km di CO2. I Paesi migliori sono tra 70 e 93, i peggiori oltre 300. Ecco lo studio 'Comparative Environmental Life Cycle Assessment of Conventional and Electric Vehicles' Stampa E-mail
Venerdì 02 Marzo 2018 11:10

Ma quanto inquina davvero un'auto elettrica? A volte più del diesel

 Alla fine è arrivato. Ecco lo studio che analizza l'impatto ambientale delle auto elettriche nel loro complesso. E, soprattutto, in relazione al Paese dove circolano e quindi come viene prodotta l'energia. Il risultato è sconcertante perché - di fatto - si scopre che le auto elettriche così "green" non sono. Anzi, in molti casi inquinano più delle "odiate" diesel.

Lo studio della Renault

Il tema è da sempre discusso nel mondo ambientale - ricordate il clamoroso studio di Greenpeace che sosteneva che una vecchia Golf fosse più ecologica nel ciclo di vita complessivo di una nuova ibrida - e si sa che se l'energia non arriva dalle rinnovabili le elettriche sono messe male. Ma ora è tutto nero su bianco, ad opera del corposo studio 'Comparative Environmental Life Cycle Assessment of Conventional and Electric Vehicles' pubblicato sul Journal of Industrial Ecology.

 La copertina del Journal of Industrial Ecology con lo studio sull'auto elettrica

 In pratica è stata calcolata l'equivalente della CO2 emessa nell'intero ciclo di funzionamento dei veicoli, comprendendo sia la fabbricazione degli stessi che la produzione dell'energia con cui vengono fatti funzionare. E si arriva così alle conclusioni. Ossia che solo in pochissime nazioni al mondo (Paraguay, Islanda, Svezia, Brasile e Francia) il livello di CO2 equivalente in g/km resta compreso tra 70 e 93 - per effetto della tipologia di produzione dell'elettricità: idroelettrica, geotermica o nucleare - mentre già nel Canada si sale per gli EV a 115 g/km di CO2, con Spagna a 146 e Russia a 155.

L'Italia? Pensavamo peggio: siamo a metà classifica con un valore equivalente di 170 g/km di CO2. La Germania sale a 179, la Gran Bretagna a 189 e gli Stati Uniti 'sforano' in zona rossa (si utilizza ancora il carbone) a 202 g/km.

Male anche Messico (203) e Turchia (204) ma le cose peggiorano, e non di poco, per Cina (258), Indonesia (270), Australia (292), Sudafrica (318) e India (370) tutti Paesi che sono fortemente dipendenti dal carbone per produrre elettricità.

Tutti livelli di emissioni - secondo 'Comparative Environmental Life Cycle Assessment of Conventional and Electric Vehicles' molto più alti rispetto ai diesel e ai benzina. Solo con l'arrivo delle rinnovabili le cose potranno cambiare. E solo con auto elettriche meno costose da produrre queste emissioni complessive potranno calare: se una vetture a batterie costa come una Porsche, è evidente che una Panda avrà - in termini di emissioni complessive - sempre e comunque un vantaggio straordinario.

Certo, rileggendo lo studio pubblicato sul Journal of Industrial Ecology dopo le polemiche sul mondo del diesel viene da pensare che ormai nel settore si è persa la serenità di giudizio. Cosa ovviamente grave perché parliamo di problemi tecnici molto seri, che incidono sulla salute di intere popolazioni.

L'auto elettrica ha enormi vantaggi, ovvio. E il primo è quello che consente di "spostare" le emissioni di CO2, allontanandole dalle grandi città. Non è un caso che la sua ascesa sia inarrestabile. Ma qui non si tratta né di accusare qualcuno né di difendere una tecnologia o spingerne un'altra. L'obiettivo - sempre difficile - è solo quello di cercare di capire, nella loro interezza, la portata dei problemi.

 

FONTE  VINCENZO BORGOMEO REPUBBLICA.IT

 
Informazioni rubate a 289mila siti di aziende italiane e più della metà delle minacce non viene individuata dagli antivirus Stampa E-mail
Sabato 24 Febbraio 2018 10:17

L'anno vissuto pericolosamente dall'Italia: 11 milioni di nostri account in vendita sul dark web

Mentre i nostri 007 lanciano l’allarme sulle possibili ingerenze alle prossimi elezioni, ecco il ritratto di chi davvero rischia di esser preso di mira dal cybercrimine e chi invece no

 Oltre mezzo miliardo di account rubati nel mondo, per l’esattezza 557 milioni e 745mila, e poco meno di 17.8 milioni di domini violati. Sono questi i numeri che affiorano scandagliando il dark web in cerca di chi vende dati trafugati. Fra le vittime 11.3 milioni è il totale di username e password prese ad organizzazioni italiane e 289 mila i nostri domini penetrati da un attacco informatico nell’ultimo anno. Lo sostiene l’indagine sulla cybersecurity, che qui pubblichiamo in anteprima, condotta dalla Yoroi di Bologna. Ha usato una sorta di motore di ricerca in grado di rintracciare le offerte nella parte non indicizzata del World Wide Web, quella che fugge a Google.
 
Numeri alti, ma solo in apparenza alti. I domini italiani coinvolti in un “data breach”, un furto di dati, rappresentano infatti circa l’1,6% del totale, mentre il numero di account italiani rubati equivale al 2% di quelli esistenti. E sono numeri in linea con il resto del mondo. “Vuol dire che per la prima volta sappiano che il nostro Paese non è più fragile di altri da questo punto di vista”, spiega Marco Ramilli, a capo della Yoroi.

 Di davvero allarmante c’è invece il fatto che ben il 58% dei Ransomwares, una tipologia di software malevolo (detti malware) che si impossessa di una macchina e la blocca finché non viene pagato un riscatto come nel caso di NotPetya e WannaCry, non è stato identificato da nessun antivirus. E anche il 23% dei Trojans, usati invece spesso per spiare la vittima, è sfuggito. L’altro dato da tenere in considerazione è che nell’89% dei casi l’attacco è partito con una mail alla quale è stato allegato un file che ha funzionato da cavallo di Troia. E quando l’attacco è andato a buon fine è stato perché qualcuno non ha guardato bene da dove arrivava la mail e ha aperto il file per distrazione.  
Il basso numero in percentuale di dati in vendita di aziende italiane sul dark web non ci mette perà al riparo o né significa che possiamo abbassare la guardia. In pericolo non è tanto la privacy del singolo cittadino, che difficilmente diventa un obbiettivo da spiare e che altrettanto difficilmente si trasforma in vittima a meno che non compia un’imprudenza come cliccare su un link sbagliato o aprire il file sospetto arrivato via mail, quanto le aziende e ovviamente le personalità di spicco. 

 Il furto di segreti e processi industriali sta diventando uno sport di massa praticato da tutto il mondo. E l’Italia, con le sue mille eccellenze diffuse sull’intero territorio, è una preda importante. “Il fenomeno con cui ci stiamo confrontando viaggia ad una velocità mai conosciuta in passato”, aveva detto a Milano poco tempo fa il prefetto Alessandro Pansa, a capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), i nostri 007 nel mondo della cybersecurity. “Dobbiamo costruire ciò che serve in un mondo in divenire. E anche se ci organizziamo per fronteggiare la minaccia che conosciamo, appena siamo pronti la minaccia è già cambiata", aveva poi aggiunto. 

A Roma la nostra intelligence è tornata poi sull’argomento scendendo più nel dettaglio. A suo giudizio la minaccia più significativa è proprio lo spionaggio digitale, messo in atto da strutture professionali che hanno tempo e strumenti per aggirare o superare i sistemi di sicurezza e che colpiscono obbiettivi specifici per sottrarre informazioni sensibili da usare magari per negoziare accordi e contratti migliori o eliminare la concorrenza.

 Nel suo Annual Cybersecurity Report, la Cisco fa sapere che da noi solo il 38% delle circa 200 aziende che ha intervistato stima di aver subito danni a causa di attacchi informatici inferiori ai 100mila dollari. Per un altro 37% si è invece superato il mezzo milione, mentre il 25% ha subito danni per cifre comprese tra i 100mila e i 499mila dollari. Questo significa che il 62% ha dovuto far fronte ad una falla grave. Ma stiamo parlando di interviste. Così come capita per un altro rapporto, stavolta di Ernest e Young, nel quale poco più di un manager su dieci fra quelli interpellati pensa di avere in azienda le professionalità adeguate per fronteggiare l’era del cybercrimine.
 
Tornando ai dati raccolti sul campo, quelli dalla Yoroi, sappiamo che in Italia il 50% degli attacchi del 2017 è stato rappresentato da Ransomware. Il resto, 25%, sono “dropper” (sistemi “portatori” di altri malware) e al terzo posto ci sono i Trojans con il 17%. Stupisce che a fronte di un fenomeno che tutti giudicano in crescita progressiva se non esponenziale e dove oramai si fa uso di algoritmi e di reti neurali per modificare di continuo i malwares e fabbricarne nuove varianti difficili da rintracciare, sia così poco diffusa una conoscenza del fenomeno fra aziende e cittadini qui come altrove e che si faccia così poco per risolvere il problema.    
 
Mentre Norton ci fa sapere che i cyber criminali hanno sottratto nel mondo 146,3 miliardi di euro a 978 milioni di consumatori di venti Paesi, ma è solo una delle tante stime che circolano, anche il business della sicurezza informatica cresce di pari passo e c’è chi soffia sul fuoco per aumentare la paura nelle aziende. Questo, non a caso, è un settore che fa uno sfoggio smodato di terminologia tecnica inglese anche quando è del tutto inutile o facilmente traducibile. Facendo venire il sospetto che lo si voglia mantenere universo intellegibile a pochi così che quei pochi possano poi fare il bello e il cattivo tempo mentre lanciano un allarme dopo l’altro. 

 

FONTE JAIME D'ALESSANDRO REPUBBLICA.IT

 
l social network cercherà di risalire al gruppo sociale di appartenenza di un utente dai dati su istruzione, residenza, proprietà della casa e dall’uso di Internet Stampa E-mail
Martedì 13 Febbraio 2018 15:40

Facebook brevetta un sistema per sapere se sei ricco, povero o della classe media

 

Ricco, povero o classe media? Facebook vuole sapere a che categoria sociale appartieni e per questo ha brevettato un nuovo sistema per scoprirlo. 

La richiesta è stata avanzata nel luglio 2016 e, in base ai documenti pubblicati di recente, il social network intende realizzare un algoritmo in grado di utilizzare vari dati dell’utente, rintracciabili dalla piattaforma online. Il fine, si intuisce, è indirizzare pubblicità più mirata e personalizzata. 

Il sistema descritto da Facebook cercherà di predire l’appartenenza di un utente a tre diversi gruppi sociali: lavoratori, classe media, ricchi. In genere, si legge nella richiesta di brevetto, la collocazione nelle diverse categorie viene stabilita dal livello del reddito. Ma questa informazione non è a disposizione delle piattaforme online perché gli utenti non sono propensi a condividerla. Bisogna quindi risalire alla condizione socio-economica di un singolo attraverso altri dati. Quali? Quelli relativi a età, istruzione, residenza, proprietà della casa e dei dispositivi, cronologia dei viaggi e uso di Internet. 

Il modello predittivo ha una struttura ad albero attraverso la quale dovrà riuscire a identificare il gruppo sociale di un utente. Questo procedimento prevede un iter che a partire da una fascia di età (20-30 anni o 30-40 anni) associa una serie di dati pertinenti per giungere alla classificazione finale con un maggior margine di aderenza alla realtà. 

Non è chiaro ancora se questo brevetto verrà effettivamente sviluppato e utilizzato. Ma alla base vi è l’idea che Facebook possa ottenere un’informazione volutamente non rivelata dall’utente da altri dati rilasciati liberamente. 

 

fonte  Carlo Lavalle lastampa.it

 
Da una parte, si tratta di un buon sistema di sicurezza, dall’altra sono comunque molte le applicazioni non verificate e che non rispettano le regole Stampa E-mail
Sabato 03 Febbraio 2018 10:43

Google ha eliminato e respinto 700mila app dal Play Store

 

 

Una notizia positiva e una negativa. Da una parte Google ci tiene alla sicurezza del suo app store, dall’altra sono tantissime le applicazioni non verificate e che non rispettano le regole.  

700mila applicazioni eliminate e respinte, è sinonimo di un buon sistema di selezione, capace, tra l’altro, di migliorare nel tempo. Infatti, i dati del 2017 rappresentano un record mai raggiunto prima (70% in più rispetto al 2016). Ma allo stesso tempo, si tratta comunque di un numero molto alto, su un totale di 3,5 milioni di app presenti nel negozio.  

Un altro aspetto inquietante poi, lo si può rilevare leggendo con attenzione il comunicato stampa ufficiale , con cui Google ha reso disponibili queste informazioni. «Non abbiamo soltanto rimosso le applicazioni, ma siamo anche capaci di agire prima della loro effettiva presenza sul Play Store. Il 99% delle app è stato cancellato prima che qualcuno le possa installare», scrive Andrew Ahn, Product Manager di Google Play. Insomma, è quel 1% ad essere preoccupante: circa 7mila app che avevano superato i controlli e che, prima di essere eliminate, potevano essere installate dagli utenti.  

Ma quali sono le applicazioni eliminate o respinte? Più di 250mila sono copie di altre applicazioni più famose, create con l’obiettivo di intercettare il traffico di prodotti più celebri. Decine di migliaia invece, sono quelle che contengono contenuti pornografici e violenti o creati per diffondere attività illegali. Infine, i malware: il numero non è specificato, ma si tratta di applicazioni che contengono software progettati per compiere frodi con Sms, installare Trojan e mettere in atto azioni di phishing.  

E come fa notare il sito web BGR, il problema non è tanto di Google Play, ma di Android: un sistema operativo per cui è molto semplice sviluppare software. E proprio questa caratteristica, sarebbe la vera causa di un numero così alto di applicazioni non verificate.  

Ad esempio, scrive la stessa BGR, il numero di sviluppatori bocciati dal negozio (100mila) è veramente troppo alto per non essere un problema per il sistema operativo di Google.  

 

 
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