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Musica
Toni Malco, al secolo Antonio Pera, appartiene alla grande famiglia dei cantautori romani e torna a Roma, al teatro Greco, per presentare il suo nuovo singolo “Scherzi del tempo”. Stampa E-mail
Martedì 05 Giugno 2018 20:57

Toni Malco torna sul palco romano con due serate d’eccezione L’8 e il 9 giugno il cantautore romano offrirà al pubblico del Teatro Greco il meglio del suo repertorio e il nuovo singolo “Scherzi del tempo”

 

 Una carriera, la sua, che non ha mai registrato pause. Vincitore del Festival di Centocittà, si aggiudica il famoso Telegatto di Sorrisi e Canzoni TV. Ha inoltre al suo attivo cinque album e sei singoli pubblicati dalle maggiori compagnie discografiche italiane e straniere (RCA, Carosello, Ricordi, SONY MUSIC, ecc.).

 Torna quindi ad esibirsi dal vivo nel modo che preferisce, in teatro, complice il suo ultimo lavoro discografico: un nuovo singolo dal titolo “Scherzi del Tempo” scritto con Luigi Lopez, prezioso collaboratore, autore di grandi successi. Un brano suggestivo denso di emozione, in cui le atmosfere, spaziando tra il pop e le grandi ballate, danno modo al cantante di esprimere tutta la sua musicalità nel pieno della raggiunta maturità di uomo e artista. Nuovo disco e nuovi concerti, supportato da un’ottima band composta da eccellenti musicisti tra i più apprezzati del panorama italiano: Stefano Zaccagnini e Gino Mariniello alle guitars, Gianni Aquilino e Paolo Lurich alle keyboards e ancora Mimmo Catanzariti al basso, Andy Bartolucci alle percussioni e la vocalist Benedetta Fumagalli.

Con loro l’artista ritrova la sua reale e più congeniale dimensione di musicista e cantautore. Da sempre grande appassionato di calcio ha inoltre scritto e interpretato l’inno della sua squadra del cuore, dal titolo “Vola Lazio Vola”, riscuotendo un notevole successo in Italia e all’estero con più di un milione di copie vendute. Ma Toni Malco è anche molto altro. Oltre ad essersi fatto apprezzare nelle vesti di attore come interprete di varie fiction televisive, è l’ideatore e conduttore di una trasmissione radiofonica dal titolo “Mi ritorni in mente”: un salotto virtuale con ospiti prestigiosi del mondo della musica, della cultura, dello sport e dello spettacolo che vanta numerosissimi ascoltatori ed è stato premiato come migliore trasmissione di intrattenimento con il Microfono d'oro 2016.

 Da sempre è inoltre impegnatissimo nel sociale come sostenitore della ONLUS MANGO: organizzazione benefica che raccoglie fondi per adozioni a distanza di bambini del Paraguay. Tutti elementi che attribuiscono a definire i contorni di questo poliedrico artista che occupa un posto significativo nel vasto panorama della musica pop italiana. Il concerto Lo spettacolo di 120 minuti, pensato e ideato insieme all’amico autore Luigi Lopez, racchiude i brani più significativi di Malco.

Si tratta di uno show cantato e suonato ma anche raccontato attraverso ricordi e aneddoti che l’artista ha vissuto in tanti anni di vita professionale. Una sorta di narrazione di quelli che sono stati i suoi approcci al mondo della canzone. Sin da i suoi primi inizi, quando divideva una grande empatia con l’amico di quartiere, l’indimenticato cantautore Rino Gaetano, che incideva per la stessa casa discografica: la gloriosa RCA italiana. I ricordi più singolari di quando girava l’Italia insieme ad un giovanissimo e ancora sconosciuto Vasco Rossi. Singolari racconti di quando divideva la mensa della RCA con i grandi Lucio Battisti, Francesco De Gregori e Lucio Dalla.

Nella scaletta tante canzoni di Malco scritte dalla fine degli anni Settanta ad oggi fino ad arrivare all’ultima sua creatura, il singolo appena uscito da titolo “Scherzi del tempo”: canzone autobiografica scritta insieme a Luigi Lopez. Immagini, diapositive, racconti che in qualche modo ripercorreranno numerose vicissitudini nelle quali si ritroveranno tanti appassionati di musica.
 Folto il parterre atteso tra cui Roselyne Mirialachi e Conny Caracciolo, direttamente da Italia 1 nel reality “GoggleBox”, Adriana Russo e la cantante Naira.

8-9 giugno 2018, ore 21 Teatro Greco, via Ruggero Leoncavallo, 10/16

  Ufficio stampa Lucilla Quaglia 338.7679338


 
Il famoso pianista re dell’improvvisazione sfiderà l’intelligenza artificiale in un progetto ideato da Alex Braga e dall’Università di Roma Tre Stampa E-mail
Lunedì 14 Maggio 2018 13:50

Cracking Danilo Rea, sfida fra musicista e intelligenza artificiale al Wired Next Fest

 

 l prossimo 27 maggio il Wired Next Fest 2018 ospiterà uno spettacolo davvero originale che vedrà l’intelligenza artificiale sfidare l’improvvisazione artistica dell’uomo. Cracking Danilo Rea, in programma domenica 27 alle ore 18 durante il festival di Wired a Milano, vedrà infatti il pianista di fama internazionale Danilo Rea salire sul palco assieme ad Alex Braga e mettersi in gioco contro una tecnologia appositamente messa a punto dall’Università di Roma Tre, l’Ami (Artificial Music Intelligence). Durante l’esibizione il computer cercherà di imparare dalle note musicali di Rea, artista che ha fatto dell’improvvisazione la sua massima espressione stilistica, in modo da anticipare le sue mosse successive.

Artista versatile e innovativo, Alex Braga ha indagato gli svariati ambiti dell’arte concettuale ed è approdato in questi ultimi anni a quest’inedita collaborazione: “Da molto tempo la mia ricerca artistica si basa su tecnologia e musica.

Quando ho avuto l’idea di creare un’intelligenza artificiale che fosse in grado di decodificare il codice di qualsiasi musicista, mi son detto che se ci riuscivamo con il migliore e più imprevedibile al mondo, cioè Danilo Rea, allora avremmo fatto centro“, ci ha raccontato. Durante lo spettacolo le note del piano e quelle generate dall’elettronica generano delle linee grafiche che creano figure sullo schermo alle spalle degli artisti: “Ogni volta che sali su un palco speri di emozionarti e di emozionare il pubblico.

 

FONTE 

 
Ecco il segreto di una vita, di quarant'anni di lavoro in musica di uno dei più grandi jazzisti italiani e internazionali, Danilo Rea Stampa E-mail
Venerdì 04 Maggio 2018 22:14

Danilo Rea, 40 anni di musica per “Il jazzista imperfetto”

 «Le cose fatte male mi riescono tutte bene» diceva uno a proposito dell’imperfezione. E se l’imperfezione diventasse invece un modo per fare bene, ma proprio bene, le cose che all’apparenza sembrano soltanto improvvisate? Ecco il segreto di una vita, di quarant’anni di lavoro in musica di uno dei più grandi jazzisti italiani e internazionali, Danilo Rea: «Improvvisare è come parlare. Apri quella valigia che porti sempre con te, una valigia piena di emozioni che si sovrappongono e che riaffiorano chissà da dove e ti guidano, una nota dopo l’altra. Allora il mondo si spalanca e capisci che non c’è una sola visione». Ecco chi è il pianista sull’Oceano delle meraviglie, quello delle “My Favourite Things” tanto per citare John Coltrane, che si racconta spassionatamente tra nostalgia, frenesia e migliaia di ricordi affastellati e nitidi in “Il jazzista imperfetto” (RaiEri ed. 237 pagine, 18 euro) nelle librerie da oggi; una sorta di lunga conversazione in giro per il mondo da New York a Tokyo, dalle cantine romane degli anni 70 ai luccicanti palchi frequentati dal jetset internazionale. 

Per chi ha vissuto gli stessi anni amando spudoratamente il jazz, il libro di Danilo Rea diventa allora un album di ricordi: gli anni Settanta dei dischi: «Come Millerecords e Goody Music, i primi concerti rock, le colorate librerie Feltrinelli, i negozi dell’usato dove sceglievamo come vestirci, i film visti nei cineclub o nelle Estati Romane ideate da Renato Nicolini».

 Il suo mondo
Il mondo di Danilo Rea è la prima lezione di piano all’età di sei anni, la prima ragazza, Beatrice «che aveva una vespa blu con incise sul manubrio una B e una D. Mi piaceva pensare che stessero per Beatrice e Danilo, nonostante il cognome di lei inziasse con la lettera D…».

“Il jazzista imperfetto” è una scatola magica che appena la apri ci trovi dentro un piano verticale Hoffmann&Kuhne e se continui a rovistarci dentro, inizi ad abbandonarti a quelle citazioni, a quegli angoli di memoria, a quegli appunti dell’anima che narrano di incontri inenarrabili con Giganti e maestri di vita, compagni di notti trascorse a fare jazz, ma mai ombre; perché quei compagni di jazz bene o male Danilo Rea se li porta a spasso per tutta la vita, mano nella mano, concerto dopo concerto e dopo illuminazioni che lasciano a bocca aperta. Dalle stanze del Conservatorio di Frosinone e poi di Santa Cecilia agli studi di registrazione con Mina e Baglioni, Gino Paoli e Fiorella Mannoia e poi, ancora indietro, alle conoscenze profonde di Classica per tornare a profumare di jazz puro. Senza timore di sbagliare, o almeno provando a non farlo, perché «nel jazz l’errore è previsto. Prendi una nota per un’altra e dici “però, non è male”. Ti appoggi sull’errore, lo ripeti e lo trasformi in un segno distintivo in modo che il punto di debolezza diventi un punto di forza. Certo, devi avere velocità di pensiero…».

Le cantine
Erano gli anni di droga e Lsd «e il rischio di caderci dentro era costantemente in agguato» racconta Rea, perché quelli che “si facevano” erano considerati “Yeah” ma morivano spesso anche di overdose. Sono gli anni degli incontri di una vita, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli, il Folkstudio, il Music Inn, Harold Bradley e Francesco De Gregori ma su tutti Massimo Urbani, il grandissimo Urbani leggenda del sax italiano e internazionale. 

Entravi nelle cantine ammuffite del Music Inn dove il jazz sapeva di polvere umida e lì gustavi di nuovo le magie di chi ci aveva suonato, Charles Mingus e Ornette Coleman, Gato Barbieri e Bill Evans: «E ora toccava a noi» ricorda Danilo Rea. Il testimone passava di mano.

Nella lunga conversazione scritta insieme con Marco Videtta, “Il jazzista imperfetto” ti rimane dentro come un quadro fermo ma in continuo movimento, la stessa atmosfera di, non so, “I nottambuli” di Hopper. E il cuore rimane appeso alle conversazioni, agli incontri, agli aneddoti. Rea cita la rigidità di Lester Young: «E’ tornato a suonare a Woodville dove è nato, invitato da un amico musicista che si è messo a fare un po’ troppo il ganzo. Dopo avere suonato insieme, il tipo va da Lester e gli fa: “Ti ricordi l’ultima volta che abbiamo suonato insieme?” e Lester: “Sì. Oggi”». Erano gli anni del grande ritorno: Pepito Pignatelli, lo storico proprietario del Music Inn, chiedeva a Danilo e ai suo compagni se se la sentivano di suonare con…Lee Konitz, Chet Baker, Art Farmer, Johnny Griffin. 

Ecco, solo per citare, tra i tanti ricordi di cui è zeppo “Il jazzista improvvisato”, quello che riguarda proprio l’inarrivabile Chet: «Andai a prenderlo con la macchina di famiglia – racconta – che mio padre, sempre pronto ad aiutarmi, mi aveva prestato senza tante raccomandazioni. Dovevamo suonare ad Isernia…Chet era bello come James Dean e suonava la tromba come un dio del jazz. Cosa c’era di malato nel jazz degli anni Cinquanta, tanto da distruggere un’intera generazione di superlativi musicisti?...Chet aveva detto che l’eroina gli aveva dato il senso del tempo, dilatando il suo modo di suonare al punto da farlo diventare il suo stile inconfondibile».

 

 Gli idoli
Qui da noi l’Rca sfornava ancora idoli: i New Perigeo, Cocciante, Rino Gaetano e Danilo accompagnava Pino Daniele («Tu sei l’unico musicista a nord di Napoli che ha suonato cone me» gli disse Pino) per arrivare, nell’’85, all’incontro con Mina: «Con Mina è diverso – continua a raccontare nel “Jazzista imperfetto” – Ti lascia la massima libertà. Il suo approccio è semplice: entra in sala e ci resta non più di due o tre ore. Propone un brano scelto al momento, in una sorta di estrazione del lotto: “Vi piace How deep is yor love?”…Mina si è sempre circondata di improvvisatori perché Mina è molto jazz…inventa gli arrangiamenti mentre canta, dando le direttive al volo: “Ora a solo di piano! Qui rullata di batteria!”…Ha la precisione di un batterista – scrive ancora Danilo Rea – e la freschezza della sua voce è sconcertante. Quando le parli al telefono sembra una ragazzina di tredici anni».

E se ti spingi ancora oltre nella lettura, ti accorgi che da grande musicista ma anche da gran signore del jazz e della vita, Danilo Rea ha saputo introiettare, ingoiare e masticare insegnamenti con la giusta umiltà che genera eccellenza. Ha imparato da Chet Baker: «Mi ha insegnato il silenzio in musica, il respiro, le note non dette, mai espresse, mai immaginate». Da Lee Konitz: «Mi ha spiegato che una frase musicale ha la possibilità di unire molte armonie, che può volare lontano, il più lontano possibile per poi dare il senso a ciò che inizialmente sembrava non ne avesse». Da Bobby Hutcherson: «Con le sue magie al vibrafono, mi ha mostrato tutto il feeling del jazz, come Johnny Griffin e come Art Farmer: con loro ho posato idealmente in quella foto scattata ad Harlem nel ’58, ho respirato e capito la loro cultura».

Un libro da sorseggiare come un whisky di ottima annata questo “Il jazzista imperfetto” di Danilo Rea che è, insieme,il riavvolgimento di un nastro quarantennale tra musica, teatro, cinema, luoghi della memoria, letteratura (nel libro si raccontano gli incontri a Massenzio con David Grossman, Amitav Gosh, Paul Auster…) e un ponte gettato verso le nuove generazioni di musicisti: «ll jazz dovrebbe rinnovarsi – ammonisce Danilo – trovare nuova linfa nei piccoli club dove, in un certo senso, è nato e cresciuto. E questo compito dovrebbe essere assunto dalle nuove leve di musicisti che però sembrano essersi chiusi nel loro mondo e hanno dimenticato la lezione del passato, quando a New Orleans i musicisti neri reinterpretavano la musica classica e l’opera lirica riscuotendo grande successi».

E mai tradire quella magica parola che è “improvvisazione”: «Io mi muovo tra un 30 per cento di melodia e un 70 per cento di improvvisazione. Anche per questo non studio mai troppo, non preparo un concerto con quella maniacale ricerca della perfezione che congelerebbe il mio istinto». E che il jazz sia con voi.

 FONTE Leonardo Jattarelli ILMESSAGGERO.IT

 
Dato per obsoleto, il vinile torna di moda e si rilancia in una versione moderna e high-tech grazie alla start-up Rebeat Innovations Stampa E-mail
Martedì 17 Aprile 2018 09:55

Il disco in vinile rinasce ad alta definizione

 

L’ascolto di musica con il disco in vinile potrebbe risorgere grazie all’innovazione tecnologica. Gli acquisti di CD sono diminuti drasticamente in questi anni, tanto che BestBuy, la grande catena di negozi di elettronica negli Stati Uniti, ha deciso di interromperne la vendita dal prossimo mese di luglio. Contemporaneamente, è cresciuto l’uso di servizi e piattaforme di streaming come Spotify, Youtube, Apple Music, mentre, contro le aspettative, si è assistito a una ripresa del vinile , tornato di moda anche in Italia come riscontrato dai dati FIMI

E’ su questa scia che s’inserisce l’attività della start-up austriaca Rebeat Innovations . Che si ripropone, entro il 2019, la realizzazione di una nuova tipologia di disco di vinile ad alta definizione. 

 Negli Usa chiude l’ultima fabbrica di Compact Disc antonio dini

L’azienda fondata da Guenter Loibl intende rinnovare questo settore avendo brevettato un sistema innovativo di produzione basato sull’uso di laser e sulla conversione dei file audio in una mappa topografica 3D, in alternativa al processo lavorativo più tradizionale.

Secondo Rebeat Innovations, questa nuova modalità è in grado di assicurare una migliore qualità del sonoro e delle varie copie di LP, evitando per giunta l’impiego di materiale tossico. I dischi così prodotti possono peraltro essere ascoltati sui giradischi attualmente in uso anche se la start-up progetta di sviluppare una propria linea di piatti HD. 

Il programma di Rebeat Innovations prevede la presentazione ufficiale dei primi vinili ad alta definizione in occasione della conferenza Making Vynil di Detroit, con l’obiettivo di lanciare il prodotto sul mercato entro il 2019.

 

FONTE CARLO LAVALLE LASTAMPA.IT

 
Il podio del festival numero 68. Serata show con Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Renga-Pezzali-Neo. Favino emoziona con un monologo sull'emarginazione Stampa E-mail
Domenica 11 Febbraio 2018 11:15

Sanremo 2018, i vincitori sono Ermal Meta e Fabrizio Moro, secondi Stato sociale, terza Annalisa

 

 Sono Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente i vincitori della 68esima edizione del Festival di Sanremo. Al secondo posto Lo Stato sociale con Una vita in vacanza, terza Annalisa con Il mondo prima di te. Ecco il podio con, al primo posto, i protagonisti dell'unico "caso" di questa edizione che ha tenuto banco per i primi giorni del festival. "Nessun senso di rivalsa, solo tanta felicità" dicono i vincitori. "Non abbiamo mai pensato ai pronostici, se ci avessimo pensato saremmo entrati in ansia da prestazione", dice Meta. "E' un palco che fa paura - aggiunge Moro, ma quando vai su un palco pensi a fare quello che sai fare. Io ho cominciato a salire sul palco quando avevo sedici anni, ora ne ho quarantatrè".

 

 
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