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Cronaca Rosa
La richiesta dei legali dell'ex premier per anticipare l'udienza prevista a dicembre e azzerare l'assegno da 1,4 milioni di euro al mese a Lario Stampa E-mail
Mercoledì 24 Maggio 2017 14:36

"Basta soldi a Veronica". Berlusconi per il divorzio spera nella sentenza Grilli

 

 Silvio Berlusconi si appella all’ex ministro Vittorio Grilli. O, meglio, alla rivoluzionaria causa di divorzio che, due settimane fa, ha negato all’ex moglie dell’esponente del governo targato Mario Monti, di ottenere un assegno di mantenimento basato sul tenore di vita avuto nel corso del matrimonio. I legali dell’ex Cavaliere, Pier Filippo e Paolo Giuggioli e Giorgio De Nova, poche ore dopo dalla sentenza della Cassazione, hanno infatti presentato un’istanza alla Corte d’appello di Milano, per anticipare l’udienza di divorzio tra Berlusconi e Veronica Lario. Anziché aspettare dicembre — quando era attesa la discussione e poi il verdetto d’appello — i legali hanno chiesto di bruciare le tappe, ma soprattutto di azzerare l’assegno che mensilmente il leader di Forza Italia, firma per la signora Lario: 1,4 milioni di euro (quasi 17 milioni all’anno). Il motivo? Proprio il nuovo indirizzo emerso con la sentenza Grilli.

Il milione e 400 mila euro è la cifra stabilita in primo grado nel 2014, nella sentenza di divorzio davanti ai giudici di Monza. Da allora il precedente che ha coinvolto Grilli, ha però rimescolato le carte e — secondo la richiesta difensiva dell’ex premier — potrebbe costringere la signora Lario a non contare più sui soldi che dal 2009 ha iniziato a ricevere dopo il suo addio da Arcore. La scorsa settimana, sempre la Cassazione ha sancito la separazione definitiva dei coniugi e ha fissato in due milioni la cifra da versare come «assegno di mantenimento». Somma che terminerà, comunque, nel momento in cui il divorzio diventerà definitivo. In questo caso, la cifra scenderebbe proprio a 1,4 milioni, sempre che la nuova giurisprudenza non dovesse essere estesa a tutti i divorzi, con effetto anche retroattivo (in questo caso i coniugi condannati al pagamento potrebbero chiedere indietro le cifre fino ad allora versate).

Nei prossimi giorni, alla sezione famiglia della Corte d’appello milanese, dovrebbe essere fissata la nuova data per valutare il ricorso e, eventualmente, accettare i nuovi canoni su cui si deve valutare l’assegno. Non è detto che nel giro di una settimana, il caso approdi nuovamente in Tribunale. La cancelleria della corte, infatti, è letteralmente subissata di ricorsi. Non solo Berlusconi, ma anche decine di signori nessuno, invocano l’applicazione della stessa norma ai contenziosi con le rispettive ex mogli.

Se la mossa difensiva producesse i suoi effetti, per Berlusconi sarebbe davvero una vittoria, almeno dal punto di vista economico. Dal 2009, Veronica Lario aveva abbandonato Arcore per trasferirsi nella residenza di Macherio, dando il via alla causa di separazione «per colpa» del marito. Pochi mesi prima, in una lettera a la Repubblica, aveva incolpato Berlusconi di tenere una vita dissoluta, invocando «scuse pubbliche». Da allora, la causa giudiziaria prosegue. Con diversi colpi di scena, senza mai una apparente possibilità di giungere a un accordo. In primo grado a Milano, il Tribunale aveva condannato Berlusconi a un assegno di mantenimento da 2,5 milioni di euro al mese. Cifra ridotta — solo di 500 mila euro — in appello, e divenuta definitiva proprio la scorsa settimana. Nel 2014, poi, era arrivata la sentenza di Monza. Divorzio accolto, assegno 1,4 milioni. E qui entra in gioco il nuovo orientamento, con la possibilità di azzerare il contributo del coniuge, soprattutto se si dimostra che la persona che invoca l’assegno è economicamente autosufficiente. Sulla carta, la possibilità che il ricorso dei legali matrimonialisti dell’ex cavaliere, venga accolto, è tutt’altro che remota.

 

fonte  EMILIO RANDACIO repubblica.it

 

 
Il programma Mediaset scopre alcune incongruenze nei documenti della raccolta di firme per la candidatura della sindaca. I parlamentari del Pd: "Di Maio e Grillo non hanno nulla da dire?" Stampa E-mail
Lunedì 27 Marzo 2017 09:15

Roma, la denuncia delle Iene: "Irregolari le firme per Virginia Raggi"

 

 La sindaca Virginia Raggi in settimana bianca sulle Dolomiti 

 Dopo l'inchiesta sulle firme false del M5S a Palermo e Bologna, scoppia un caso sospetto che riguarderebbe anche le firme raccolte per la candidatura della sindaca Virginia Raggi nella Capitale. In un servizio del programma Mediaset Le Iene, andato in onda ieri dal titolo "C'è un falso nella candidatura del sindaco Raggi?", Filippo Roma, la "iena" che già aveva smascherato la "firmopoli" palermitana dei Cinque stelle, indaga su un evento verificatosi nell'aprile del 2016 durante la campagna elettorale pentastellata. Per avere chiarimenti, Roma raggiunge la Raggi sulle piste da sci dell'Alpe di Siusi. Ma la sindaca non risponde: "A quel tempo ero candidata, chieda ai delegati di lista", conclude stizzita.


Il caso delle firme nella Capitale è stato sollevato da Alessandro Onorato, consigliere comunale per la Lista Marchini, che ha richiesto l'accesso agli atti per capire se sia stato commesso un falso nella candidatura di Virginia Raggi a sindaco di Roma. Le firme in questione sono quelle dei cittadini che i candidati di ogni partito devono raccogliere a sostegno della propria candidatura alle elezioni. Nel servizio delle Iene Onorato rivela di aver scoperto un'incongruenza. Nell'atto principale, ossia il modulo con cui si presentano le firme dei cittadini, è segnata la data del 20 aprile 2016 e sono indicate 1352 firme raccolte attraverso 90 "atti separati", (ossia i moduli di raccolta delle firme stesse). Ma, il "Firma Day" del M5S, ovvero il giorno della raccolta firme, è stato il 23 aprile, tre giorni dopo rispetto alla data indicata sul documento. "O sono veggenti", commenta Onorato al microfono di Filippo Roma, "o c'è un falso. Come facevano, infatti, i 5 stelle a sapere esattamente il numero delle firme che sarebbero state raccolte solo tre giorni più tardi?". Inoltre, aggiunge il consigliere della Lista Marchini, risultano per il 23 aprile dieci certificatori (coloro che per legge autenticano le firme raccolte) per venti banchetti di raccolta disseminati in tutta la città. "Ma possono dieci cancellieri coprire venti banchetti sparsi in venti zone di Roma?", si domanda Onorato, che afferma ironico: "Oltre al dono della preveggenza hanno forse anche quello dell'ubiquità?".

La iena Filippo Roma va a chiedere allora spiegazioni ai due legali del M5S Alessandro Canali e Paolo Morricone, delegati della lista di presentazione delle candidature, i quali sostengono che è tutto lecito e che è una prassi utilizzata da tutti i partiti lasciare delle parti in bianco sull'atto principale, che è per sua natura una "fattispecie a formazione progressiva", quindi un atto che "come prevede la legge si può aprire prima della raccolta delle firme, lasciando alcune parti in bianco che verranno compilate in un secondo momento", sostengono i due avvocati.

Ma Roberto Giachetti, candidato sindaco per il Pd nel 2016 e Alfio Marchini, candidato per la lista omonima, interrogati dalle Iene dichiarano entrambi il contrario: "Prima si raccolgono le firme dei cittadini, poi se ne indica il numero esatto in un documento ufficiale". Anche l'esperto di diritto amministrativo Bruno Santamaria smentisce la risposta dei legali del M5S e dichiara: "Mi spiace, ma la legge non prevede assolutamente questo". E così anche l'Ufficio dei servizi elettorali del ministero dell'Interno e quello del Comune di Roma, il quale dichiara a sua volta che nel documento è presente un'anomalia e che pertanto il Comune non avrebbe dovuto accettarlo.

Come già accennato, infine Filippo Roma parte per le Dolomiti e coglie la Raggi sulle piste da sci, esponendole tutta la questione. La sindaca non risponde e gli fa notare che la giornata volge al termine e vorrebbe godersi le ultime sciate. La iena perciò conclude: "Il mistero delle firme che ritornano dal futuro continua".

Immediata la richiesta di chiarimenti da parte di alcuni esponenti del Pd, come il senatore Stefano Esposito che, lanciando l'hastag #trasparenza, si rivolge alla sindaca su Twitter:

 Stefano Esposito @stefanoesposito

.@virginiaraggi ora che sei tornata a Roma rispondi su tema denunciato dalle http://mdst.it/03v704509/ ?ssr=true

 
Sulla bacheca Fb di Mattia Feltri, cronista della Stampa, un altro spezzone dell'intervista in cui l'assessore all'Urbanistica chiede al cronista di parlare di "fonte anonima" Stampa E-mail
Sabato 11 Febbraio 2017 23:34

Roma, Berdini smentito, un altro audio contro Raggi

 La polemica sulle parole in libertà dell'assessore all'Urbanistica di Roma non si placano. Dopo il video pubblicato dalla Stampa con le dichiarazioni di Paolo Berdini sulla sindaca Raggi, oggi, in un post pubblicato sul suo profilo Facebook, Mattia Feltri rincara la dose. "Nove fantastici secondi di Berdini" così titola il post. "Vi regalo altri nove secondi del colloquio fra Federico Marcello Capurso e Paolo Berdini. Ascoltateli ma intanto ecco la sbobinatura: "Mo' fa' conto quello che penso io, che rimane veramente fra noi, poi lo utilizzi: un anonimo che ti ha detto... Cioè questi erano amanti". Siamo al minuto 1:08. E si dimostrano due cose. 1) Berdini sapeva benissimo da subito che stava parlando con un giornalista, gli stava parlando direttamente perché lui sentisse. 2) Gli parlava perché voleva che le notizie uscissero".

 "Credeva di usare un giornalista per sputtanare il suo sindaco - prosegue Mattia Feltri - "Poi lo utilizzi... un anonimo che ti ha detto". Ed è la parte in cui Berdini sta parlando delle relazioni sentimentali di Raggi. Nove secondi utili a capire che Berdini continua a raccontare "fatti alternativi": nell'intervista di ieri a Repubblica sosteneva di aver scoperto alla fine che Capurso è un giornalista e che comunque era una confidenza. Bella confidenza.Metti in pausa".

Laconica la risposta di Berdini all'Ansa: "No, non sapevo di essere registrato". L'assessore dice dunque di non aver saputo che l'intervista col cronista della Stampa fosse registrata.

 

 
DAGOSPIA.COM Stampa E-mail
Venerdì 03 Febbraio 2017 08:41

1. VUOI VEDERE CHE GRATTANDO SULLA POLIZZA DA 30 MILA EURO DI CUI ERA BENEFICIARIA VIRGINIA RAGGI "A SUA INSAPUTA", VIENE FUORI UN PASTROCCHIO ANCORA PIU’ GRANDE?
2. PER I PM, QUEI SOLDI SONO UNA PARTE DEI FINANZIAMENTI OCCULTI GIUNTI AL M5S A ROMA. E PROVENGONO DA QUALCUNO CHE AVEVA DECISO DI PUNTARE SULL’AVVOCATESSA, PORTANDOLA IN COMUNE. LO STIPENDIO DI SALVATORE ROMEO NON GIUSTIFICA IL POSSESSO DI TUTTI QUEI SOLDI. QUINDI, DA DOVE PROVENGONO? E CHI GLI HA SUGGERITO DI DARLI PROPRIO ALLA RAGGI?
4. MA NEL M5S SI VOCIFERA ANCHE CHE LA RAGIONE DELLA POLIZZA SIA NEL LEGAME "PRIVATO" TRA I DUE. CHE SIA STATO SOLO IL GESTO DI UN UOMO PER LA DONNA CHE "AVEVA A CUORE" 
5. A QUESTO PUNTO VIRGINIA, CON ROMA PARALIZZATA DOPO MESI DI NULLA, O SPIEGA TUTTO O SI DIMETTE. COSA ASPETTA GRILLO A MOLLARE AL SUO DESTINO LA 'BAMBOLINA IMBAMBOLATA'?

 

1 - RAGGI PER 8 ORE DAI PM E SCOPPIA IL CASO POLIZZA “SCONVOLTA, NON SAPEVO”

Maria Elena Vincenzi per la Repubblica

 

SALVATORE ROMEO SALVATORE ROMEO

Gli “amici al bar” sono quelli che continuano a crearle guai. E dire che lei li ha sempre difesi. Erano «le persone di cui si fidava», come scriveva in chat. Ma ieri, seduta davanti ai pm che indagano sulla vicenda delle nomine, Virginia Raggi ha scoperto il “polizzagate”. L’altro guaio che ora pesa come un macigno sulle sue spalle, già provate dalle contestazioni di falso in atto pubblico e abuso d’ufficio.

 

VIRGINIA RAGGI AL TELEFONO VIRGINIA RAGGI AL TELEFONO

Fino a quel momento si era seduta davanti ai pm in una caserma alla periferia di Roma, lontana da occhi e taccuini indiscreti, convinta che il suo solo problema fosse Raffaele Marra. Poi, a sorpresa, ha scoperto che gli inquirenti avevano un asso coperto. La polizza da 30mila euro, stipulata nel 2013 dall’ex capo della sua segreteria politica, Salvatore Romeo, e nel 2016 girata a suo favore, l’avvocata Virginia ha dovuto chiedere una pausa. Perché a quella contestazione non era preparata.

 

Né lei, né l’avvocato civilista al quale ha deciso di affidare la sua difesa. Come anticipato sul proprio sito dall’Espresso, gli inquirenti, analizzando i flussi finanziari di Romeo, la cui nomina è oggetto di indagine al pari di quella del fratello di Raffaele Marra, Renato, si sono imbattuti in investimenti per circa 90mila euro dell’uomo che, fino a giugno scorso, percepiva uno stipendio annuo da 39mila euro.

 

virginia raggi sul tetto del comune con salvatore romeo virginia raggi sul tetto del comune con salvatore romeo

Non certo sufficiente a garantirgli quei contratti (ce ne sono più d’uno) assicurativi, firmati a partire dal 2013. E il più oneroso, quello da 30mila euro appunto, risale a quel periodo. Nel gennaio del 2016, Romeo ha cambiato il nome del beneficiario: Virginia Raggi. Da giugno sindaco e principale sponsor del dipendente comunale Romeo, passato da funzionario del dipartimento Partecipate (dove ora è tornato) a capo della segreteria politica della sindaca a (questa la cifra di ingaggio prima della bocciatura di Anac) 110mila euro all’anno.

VIRGINIA RAGGI CHIEDEVA AL PD DI CACCIARE GLI INDAGATI VIRGINIA RAGGI CHIEDEVA AL PD DI CACCIARE GLI INDAGATI

 

Impossibile dire come l’avvocata grillina si sia difesa. Se abbia detto di non sapere o se abbia invece spiegato il perché di una scelta che, ad occhi esterni, appare incomprensibile. Sta di fatto che l’interrogatorio, che lei pensava fosse poco più che una formalità, si è trasformato in un calvario durato più di otto ore. «Sono sconvolta - ha detto la sindaca lasciando la caserma -Non sapevo dell’assicurazione. L‘ho appreso stasera. Ho chiarito tutto, vado avanti. C’è tanto lavoro da fare per Roma». Alla fine dell’interrogatorio circolavano voci sulle due imminenti dimissioni, il portavoce ha smentito.

 

salvatore romeo salvatore romeo

Le contestazioni, per il momento, rimangono le stesse. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Francesco Dall’Olio le hanno anche contestato la vicenda del fratello di Marra, Renato, con tanto di chat e false dichiarazioni rese dall’inquilina del Campidoglio all’autorità anticorruzione. Immediate le reazioni degli avversari: «Penso sia proprio il caso di cominciare a dire un po’ di verità sulla cricca Raggi-Marra-Romeo», ha tweettato la vice-presidente del gruppo Pd alla Camera Alessia Morani. «Il limite della decenza è stato superato», è il commento dei dem.

 

2 - LA PROVVISTA DI 90 MILA EURO

Fiorenza Sarzanini per il “Corriere della Sera”

 

È di 90 mila euro la provvista che Salvatore Romeo aveva investito in polizze sulla vita. E adesso i magistrati cercano l’origine di quei soldi accumulati quando era un semplice dipendente comunale. Perché vogliono scoprire come mai — sei mesi prima dell’elezione a sindaca di Roma — abbia deciso di mettere in cima alla lista dei beneficiari proprio Virginia Raggi. Lei dice di non saperne nulla, ma non convince. Il sospetto è che almeno una parte di quei soldi provenissero da chi aveva deciso di puntare tutto sulla giovane avvocatessa, facendole vincere le «primarie» e portandola poi alla guida della giunta capitolina.

salvatore romeo e raffaele marra al compleanno di pieremilio sammarco salvatore romeo e raffaele marra al compleanno di pieremilio sammarco

 

Dunque servissero a comprare voti. E siano soltanto una parte dei finanziamenti occulti giunti al Movimento 5 Stelle a Roma. Le verifiche effettuate in queste settimane hanno infatti accertato che Andrea Mazzillo, il tesoriere della campagna elettorale di Virginia Raggi poi promosso assessore al Bilancio, ha «secretato» tutti i versamenti inferiori ai 5 mila euro. Il flusso dei soldi Fino al 2013 Romeo è un semplice impiegato del Campidoglio. Poi viene folgorato dalla passione per i grillini, diventa attivista, oltre un anno fa entra in quel cerchio ristretto di persone che lavora per Raggi.

 

VIRGINIA RAGGI A DI MARTEDI VIRGINIA RAGGI A DI MARTEDI

A gennaio 2016, quando la indica come beneficiaria della polizza da 30 mila euro è già nel suo staff anche se non c’è alcuna certezza che sarà proprio lei la vincitrice delle «comunarie ». Eppure lui sceglie di destinare proprio a lei quel denaro. Perché? Non è l’unico interrogativo da chiarire. Lo stipendio di Romeo certamente non giustifica il possesso di tutti quei soldi. Dunque, da dove provengono? E soprattutto, chi gli ha suggerito di donarli proprio a Raggi?

 

SALVATORE ROMEO SALVATORE ROMEO

La contropartita Romeo potrebbe in realtà essersi messo a disposizione di altri, fungendo da semplice prestanome. E ottenendo, in cambio del favore reso, la garanzia di avere un ruolo chiave al Comune di Roma in caso di elezione di Raggi. Cosa che puntualmente è accaduta, visto che è stato nominato capo della segreteria ed è stato beneficiato con un congruo aumento. Uno stipendio che — nonostante i rilievi dell’autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone — supera i 90 mila euro. Non solo.

virginia raggi virginia raggi

 

Di fronte agli attacchi provenienti dai leader e dagli altri esponenti, anche di rilievo, del Movimento Raggi lo ha sempre difeso, così come ha fatto per Raffaele Marra. Erano sempre connessi nella chat aperta sulla piattaforma Telegram e chiamata «quattro amici al bar». I magistrati sono convinti che dietro il loro legame ci sia un intreccio di interessi e per questo non credono che fosse all’oscuro della polizza.

 

ROMEO E ALEMANNO

Una risposta potrebbe arrivare analizzando quanto accaduto il 24 gennaio scorso. Al processo «Mafia Capitale», Romeo viene convocato come testimone e interrogato per una vicenda del 2013 legata all’Ama quando era semplice dipendente. Il pubblico ministero Luca Tescaroli gli fa una domanda a bruciapelo: «Mi può dire quante volte ha incontrato l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno». Romeo rimane apparentemente impassibile e risponde: «Nella mia vita una sola volta».

 

VIRGINIA RAGGI DANIELE FRONGIA RAFFAELE MARRA VIRGINIA RAGGI DANIELE FRONGIA RAFFAELE MARRA

Le verifiche dimostrano che ha mentito. Ci sono diversi incontri. Perché Romeo lo ha negato? Alemanno aveva certamente un legame con Salvatore Marra e per questo si vuole comprendere se esistesse un rapporto pure con Romeo che lui sta cercando di tenere celato. Ultimo mistero che coinvolge un personaggio con cui Raggi andava a parlare sul tetto del Campidoglio, probabilmente nel timore che i loro colloqui fossero intercettati.

 

3 - NUOVE ACCUSE, RAGGI IN BILICO

Carlo Bonini per la Repubblica

 

Finisce come in un mesto déjà vu di una stagione lontana, quella della Milano di Mani Pulite. La sindaca Virginia Raggi che, passata mezzanotte, piegata da un interrogatorio fiume per abuso di ufficio e falso ideologico, lascia un ufficio della Direzione Anticrimine della Polizia di Stato dove è entrata con il sole.

 

VIRGINIA RAGGI VIRGINIA RAGGI

Inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto, custodito dai «quattro amici al bar» (così aveva battezzato la chat chi si era preso Roma). Una polizza sulla vita di 30 mila euro di cui era beneficiaria e accesa da Salvatore Romeo nel gennaio 2016, sei mesi prima che lei, la “beneficiata”, nel frattempo diventata sindaca, gli triplicasse lo stipendio di dipendente comunale e lo nominasse capo della sua Segreteria. In barba a pareri, opportunità, o, più semplicemente, decenza.

 

Ora dunque si capisce perché, come si dice da queste parti, “andavano per tetti” i «quattro amici al bar». Lei, Romeo, l’ubiquo e ingombrante Raffaele Marra, il fido Daniele Frongia. Non per godere dell’aria del Campidoglio. Ma perché il cemento che li teneva insieme era ed è evidentemente inconfessabile. Innanzitutto a una parte del Movimento Cinque Stelle. Ora si capisce perché Raffaele Marra poteva trafficare per conto e a beneficio del fratello Renato (promosso a capo del dipartimento turismo), chiedendo e ottenendo dalla Raggi che ci mettesse la faccia, perché Marra sapeva bene di come trafficasse la Raggi per conto di Romeo.

virginia raggi raffaele marra virginia raggi raffaele marra

 

Ecco perché, come a un tavolo di bari tenuto insieme dal ricatto, Raffaele Marra e Salvatore Romeo posavano a padroni del Campidoglio, tracotanti e triviali. Perché il primo, sibillino, diceva da libero e fa intendere da galeotto «se parlo io viene giù tutto». E il secondo, Romeo, di Marra era la controfigura. Per dirla come la diceva Salvatore Buzzi in una delle più celebri intercettazioni di “Mafia Capitale”, «perché la mano destra lava la sinistra e tutte e due lavano il viso».

 

Altro che Carneade questo Salvatore Romeo. Si scopre ora – dalle contestazioni mosse durante l’interrogatorio del Procuratore aggiunto Paolo Ielo e anticipate ieri pomeriggio on-line dall’Espresso e dal Fatto mentre la deposizione era in corso – che il tipo era seduto su un tesoretto di 90 mila euro che alimentava almeno tre polizze vita. Tutte accese prima che la Raggi sbaragliasse a colpi di dossier l’avversario Marcello De Vito nelle comunarie e tutte a beneficio di altrettanti militanti del Movimento Cinque Stelle. Tra loro, la Raggi. Una generosità piuttosto singolare per un signore che all’epoca guadagnava 39 mila euro l’anno.

virginia raggi virginia raggi

 

Dunque, perché accendere quelle polizze? E, soprattutto, con quali soldi? O con i soldi di chi? E, in questo caso, per garantirsi quale ritorno? Si racconta ora negli ambienti Cinque Stelle che la ragione fosse nel legame privato, privatissimo, tra la Raggi e Romeo. Che la politica “non c’entri” e quella polizza (accesa nel 2013 e modificata nel beneficiario, la Raggi, nel gennaio 2016) fosse il gesto generoso di un uomo a beneficio di una donna che aveva a cuore nell’eventualità gli fosse sopravvissuta. Il che comunque affosserebbe la sindaca più di quanto già non lo sia.

 

Perché all’abuso della nomina di Renato Marra si aggiungerebbe ora quella di Salvatore Romeo, per l’appunto. Promosso e triplicato nel reddito tacendo un legame privato e dunque in pieno conflitto di interesse. Perché, insomma, a «familismo » si sommerebbe altro «familismo».

 

virginia raggi in costume al lago di bracciano 4 virginia raggi in costume al lago di bracciano 4

Ma le cose potrebbero anche non stare così. E allora ci sarebbe una sola altra spiegazione plausibile. Quella polizza, come le altre accese da Romeo, potrebbero avere un’origine – diciamo così – non privata, ma politica. Il che non cambierebbe il quadro giudiziario del conflitto di interesse della sindaca, ma, per certi aspetti, ne deturperebbe ulteriormente la figura politica.

 

Se infatti quelle tre polizze erano una “fiche” puntata su una delle anime del Movimento cinquestelle romano – quella “nero fumo”, quella che doveva garantirsi un serbatoio di voti a destra – perché prevalesse sulla cordata De Vito-Lombardi, se erano la contropartita per sigillare un patto politico, questo significherebbe che qualcuno, e sarà interessante scoprire chi, usò Romeo come terminale e garante di impegni con quel sistema di poteri e relazioni che, a Roma, ha nomi e indirizzi.

 

virginia raggi con la scorta virginia raggi con la scorta

Che, del resto, in questi sette mesi sono affiorati, ogni qual volta è stata bucata la quinta di cartapesta alzata dalla sindaca a difesa di scelte politiche incomprensibili. E dietro le quali hanno fatto regolarmente capolino qualche cliente dello studio Sammarco, la rete dei legami di destra di Marra. E a cui, a ben vedere, era tutt’altro che estraneo lo stesso Romeo. Non più tardi del 24 gennaio scorso, sentito come testimone nell’aula bunker del carcere di Rebibbia nel processo Mafia Capitale, Romeo viene infatti incalzato da una significativa domanda del pm Luca Tescaroli: «Che rapporti ha avuto con il sindaco Alemanno?».

 

«L’ho incontrato una sola volta in vita mia», rincula lui, specificando che l’occasione era stata la sua partecipazione a un’assemblea dell’Ama, la municipalizzata dei rifiuti, per una nomina in consiglio di amministrazione.

 

VIRGINIA RAGGI A ROCCA CENCIA VIRGINIA RAGGI A ROCCA CENCIA

«Diciamo che le cose non stanno esattamente così. Che quel ricordo è un po’ riduttivo », chiosa una fonte investigativa. Che, insomma, i rapporti con la destra di Romeo, uomo per altro nato a sinistra, fossero più strutturati. Non fosse altro perché in quegli anni di Alemanno Raffaele Marra è il capo del dipartimento Casa e Romeo è funzionario alle aziende partecipate di cui, nel 2013, Marra sarà capo. Una coppia che diventerà il cerchio magico di Virginia. E, ora, il suo cerchio di fuoco. Anche se questa non è una storia da acrobati.

 

 FONTE DAGOSPIA.COM

 

 
Dopo aver annunciato l’addio al gruppo Efdd, aver scelto attraverso il voto online il passaggio ad Alde e essersi visti respinti dai liberali, il Movimento Cinque Stelle fa pace con gli euroscettici di Farage e torna suoi passi Stampa E-mail
Martedì 10 Gennaio 2017 16:01

M5s in Europa, ora si tratta sul "perdono" di Farage. Che a Grillo dice: "Pace fatta"

 Telefonata tra il leader M5s e il britannico No-euro, contatti degli eurodeputati grillini con i membri di Ukip per tornare a formare il gruppo insieme dopo lo schiaffo dei liberali che si sono opposti all'alleanza già pre-siglata dallo stesso Grillo ai primi di gennaio: "Noi mai con gli anti-europei". E ora rischia di saltare David Borrelli, co-presidente dell'Efdd e fedelissimo della Casaleggio associati, tessitore dell'accordo respinto

 

 Farage e Grillo, in una immagine postata sul blog tre anni fa (ansa)

  M5s in Europa, dopo la figuraccia tratta per il piano B: quello che in sostanza punta a chiedere scusa a Nigel Farage, convincerlo a riprendersi indietro gli eurodeputati grillini stoppati dai liberali. Dopo la bocciatura inattesa da parte del gruppo liberale Alde dell'accordo spinto da Grillo-Casaleggio, ora la parola d'ordine M5s è tentare di ricucire lo strappo con il gruppo euroscettico Efdd, di cui fanno ancora parte formalmente, ma dal quale hanno votato per uscire e andare a rimpolpare le fila dei liberali dell'Alde, salvo poi essere ricacciati indietro dai duri. Secondo fonti dell'Ukip, il partito dell'indipendenza britannico attorno al quale gravita l'Efdd, i negoziati sono in corso a Bruxelles, anche se non c'è ancora stato, finora, un colloquio diretto fra Grillo e il leader dello stesso Ukip, l'euroscettico Farage.

Ma con il britannico "tradito", già tra i fautori della Brexit, la trattativa sull'eventuale rientro non è semplice semplice. L'euroscettico Farage ora  chiede infatti di "rinegoziare le condizioni" della permanenza dei grillini nel suo gruppo. Le fonti non hanno specificato quali saranno le nuove condizioni, ma si può presumere che l'Ukip chieda ora al M5s di assumere posizioni più euroscettiche (e non solo anti-euro) e più durezza sulla questione dell'immigrazione, e forse anche un maggiore coordinamento sulle altre questioni politiche (e quindi meno autonomia per il M5s). L'esatto contrario, insomma, di quello che Grillo voleva ottenere con l'accordo naufragato con l'Alde.

Formalmente, però, sarebba già avvenuta una telefonata pacificatrice tra Nigel Farage e Beppe Grillo prima della riunione del gruppo Efdd a Bruxelles. E il leader di Ukip avrebbe detto a Grillo di essere disposto a "perdonare" i 5 Stelle a patto che, questa sarebbe la richiesta, "le persone che si sono comportate male" paghino lo scotto. Il riferimento implicito, sempre secondo quanto viene riferito, sarebbe all'eurodeputato M5S David Borrelli, che è anche vice presidente di Efdd, responsabile di essere stato il 'regista' dell'accordo con l'Alde, poi saltato ieri sera. Farage, quindi, chiederebbe la sua testa "politicamente" come condizione per poter andare avanti. Tra l'altro, già ieri gli attivisti sulla Rete avevano chiesto le sue dimissioni. Anche se Borrelli è considerato un fedelissimo di Casaleggio e quindi in una posizione blindata. Se l'accordo, come sembra, tra Farage e Grillo sarà trovato, poi si aprirà anche una partita importante e delicata sulle commissioni.

Dal punto di vista strettamente "tecnico" e della convenienza economica, si ritiene che sia l'Ukip che il M5s abbiano un interesse comune nella permanenza dei grillini nell'Efdd. Il M5s rischia, se i suoi eurodeputati finissero fra i "non iscritti", di perdere pressoché completamente la propria agibilità politica. Finire in questo limbo, per una delegazione di eurodeputati, significa avere un tempo di parola in aula praticamente nullo, totale marginalizzazione nei negoziati sulla legislazione e sulle politiche adottate dal parlamento europeo, ingenti perdite di risorse per l'attività della delegazione e tagli al proprio personale "tecnico" e dell'ufficio comunicazione.

Ma anche l'Ukip rischia di ritrovarsi nelle stesse condizioni, se dovesse implodere il gruppo Efdd, che senza il M5s avrebbe solo 27 eurodeputati di sette diversi stati membri. E' sufficiente per rispettare le condizioni minime per la formazione dei gruppi politici all'europarlamento (almeno 25 eurodeputati da sette paesi diversi), ma non per garantirne la stabilità. L'esistenza del gruppo sarebbe estremamente precaria, come un castello di carte, e potrebbe dipendere interamente dai capricci di anche uno solo dei membri che consentono oggi, da soli, di "coprire" il numero minimo di sette paesi.

Nell'Efdd le delegazioni nazionali con un singolo eurodeputato sono addirittura cinque (con una tedesca, una francese, un lituano, un ceco, un polacco) e una sesta delegazione, quella svedese, ha solo due membri. Si può prevedere che, se lasciassero l'Efdd, per i 17 grillini partirebbe immediatamente la campagna acquisti da parte di altri gruppi (in particolare, si può immaginare, quello della destra xenofoba guidato da Marine Le Pen, di cui fa parte anche la Lega nord). Una campagna  diretta ad attrarre l'uno o l'altro di questi "eurodeputati singoli", magari con promesse di incarichi politici nel nuovo gruppo di appartenenza.

Ukip e Cinquestelle, insomma, sembrano condannati a restare "separati in casa" dopo il "tradimento" dei grillini, per non perdere la casa. Ma a questo punto non si può escludere che almeno alcuni degli eurodeputati del M5s, rischiando la scomunica di Grillo e Casaleggio, decidano di aderire singolarmente ad altri gruppi (magari proprio l'Alde, o i verdi), o di andare nei non iscritti, per poter continuare a lavorare in condizioni migliori di quelle che si prospettano oggi con la "permanenza rinegoziata" nell'Efdd.

 

fonte repubblica.it

 
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