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La Liguria chiede lo stato di emergenza. Allerta anche in Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Umbria, Campania, Abruzzo e Molise. Neve in Valle d’Aosta PDF Stampa E-mail
Giovedì 01 Novembre 2018 09:27

Maltempo, nuova perturbazione al Nord. Allerta rossa in Veneto, arancione su gran parte dell’Italia

 

 Non c’è tregua ed è ancora emergenza maltempo. Piegata e ferita in questi giorni dal maltempo, l’Italia è nuovamente minacciata dall’arrivo di una nuova perturbazione al Nord. L’avviso meteo della Protezione civile indica allerta rossa per il Veneto e temporali da allerta arancione su Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Umbria, Campania, Liguria e sui settori occidentali di Abruzzo e Molise. Ci saranno rovesci di forte intensità, fulmini, grandinate e forti raffiche di vento di burrasca su Liguria, Toscana, coste del Lazio e Campani. Abbondanti nevicate in Valle d’Aosta. L’ufficio neve e valanghe prevede che si accumuleranno quantitativi tra i 50 centimetri e il metro. Le precipitazioni saranno più intense nella zona sud-orientale della regione.

FONTE LASTAMPA.IT

 
OPINIONI ITALIANE PDF Stampa E-mail
Martedì 02 Ottobre 2018 10:45

Contro l’Italia disinformata che scambia la percezione con la realtà di fatti e dati

 

                                                                                       velinRadkov via Getty Images

Ecco l'Italia che poco o nulla sa di sé, si percepisce e si racconta male, amplifica i suoi pur reali disagi e, disinformata, finisce preda dei demagoghi, crede alle leggende dei complotti dei "signori dello spread" (scambia cioè il termometro della febbre con la causa della polmonite) e s'illude che i debiti pubblici si possano cancellare con un tweet e che tutto possa essere concesso per volontà popolare: un reddito di cittadinanza, un lavoro (meglio se pubblico), una flat tax. Un'Italia inconsapevole, insomma.

Ma che Italia è? Un'indagine ben fatta da Ipsos, uno dei più autorevoli centri di ricerca del mondo e pubblicata dal Corriere della Sera documenta (sulla base di 50mila interviste nell'arco degli ultimi cinque anni) come sia proprio l'Italia, fra i 13 paesi coinvolti, ad avere "l'indice di percezione" della realtà più sbagliato, su una varietà di temi economici e sociali. Prendiamo, tanto per fare un solo esempio d'attualità, "gli altri", gli stranieri fra noi.

Alla domanda su "quanti cittadini musulmani pensi ci siano ogni cento abitanti", gli italiani rispondono 20, mentre in realtà sono solo 3,7. E "su 100 carcerati, quanti sono nati in un paese straniero?" gli italiani dicono 48, quasi uno su due, mentre realmente sono 34,4, uno su tre. Analoghi gli scostamenti tra percezione e fatti veri per quel che riguarda la salute, la diffusione delle tecnologie, il lavoro, gli indici di natalità, etc. : su cento persone, quanti disoccupati? "49", secondo gli oitaliani, 10,4, invece, nella realtà. E quanti laureati, tra i 25 e i 64 anni? Il 20% della popolazione, secondo gli italiani, 9,5 nella realtà. Nulla, appunto, sappiamo davvero di noi.

Rispetto all'"indice della percezione", noi italiani siamo a quota 100 (il massimo divario tra percezione e fatti) e la Svezia, il paese meglio informato e più consapevole, a quota 53. In mezzo, subito dopo di noi, gli Usa (90) e la Francia (86), mentre dall'altro lato della scala ci sono Regno Unito (76), Giappone (72) e Germania (64).

"The perils of perception", è il titolo del libro scritto dall'autore della ricerca, Bobby Duffy, politologo e direttore della sezione inglese di Ipsos, appena pubblicato da Atlantic Books, con un sottotitolo molto esplicito: "Why we're wrong about nearly everything". Già, perché così disinformati? Per eccesso di flussi informativi, soprattutto sui media più sbrigativi e confusi, a cominciare dai social media e per una sempre più scarsa capacità critica.

Gli effetti: una grave crisi di consapevolezza, un abbandonarsi a credenze, pregiudizi e "fake news" con un forte danno per la convivenza civile, per l'equilibrio dei mercati e per la stessa democrazia. In Italia, come abbiamo visto, più e peggio che altrove.

Volendo trovare delle ragioni nobili di tanta separatezza tra percezione e fatti reali, potremmo pur buttarla in letteratura. "Così è se vi pare", scriveva nel 1917 Luigi Pirandello, mettendo in scena l'inconoscibilità della realtà. Straordinario gioco teatrale, penetrante analisi poetica dell'incertezza in un mondo in rapido cambiamento, ma anche dilemmi d'un secolo fa.

Nell'Italia contemporanea in cui arraffano spazio l'approssimazione culturale e ignoranza, la dialettica volgare dei "social" e la propaganda più sbrigativa, forse non vale la pena affidarsi alle interpretazioni di Pirandello sul disagio della conoscenza o ricorrere al sarcasmo di Jean Cocteau: "Il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare".

Meglio, invece, provare a capire radici e senso politico di quello che sta avvenendo e ragionare sui modi e sui luoghi in cui ricostruire un rapporto corretto tra realtà e rappresentazione. Conoscenza, competenza, scienza, dati chiari e attendibili, sono fondamentali per la democrazia liberale ma anche per lo sviluppo economico equilibrato e sostenibile (protezionismo, chiusure, nazionalizzazioni anti-crisi, vantati come rimedi alla crisi, ne aggravano invece le conseguenze, come gran parte della letteratura economica dimostra).

Altro, insomma, che vaghezze da storytelling o "narrazione", termini distorti del dibattito pubblico. Si tratta invece di imparare a ragionare sulla base di una buona informazione (che spesso in questi anni è mancata) e di insistere sulla essenzialità dei valori della scienza, dei dati attendibili (raccolti ed elaborati con autonomia da centri di ricerca autorevoli) e dello spirito critico.

In tempi di crisi e di complessità delle situazioni, di conflitti e di divergenza di interessi, la scorciatoia è la semplificazione della propaganda o segue le contorsioni dell'irrazionalismo emotivo o del "pensiero magico" (quello che sedusse l'opinione pubblica tedesca durante la crisi di Weimar nei primi anni Trenta e aprì la porta al nazismo, come ricostruisce con acutezza Benjamin Carter Hett in un libro appena pubblicato negli Usa, "The death of democracy", "La morte della democrazia - L'ascesa di Hitler e la caduta della Repubblica di Weimar": la razionalità cede il passo alle emozioni, il disagio sociale cerca non soluzioni ma capri espiatori, l'opinione pubblica critica si trasforma in folla rancorosa e rabbiosa).

Bisogna ragionare dunque su dati e fatti, analisi documentate e informazioni attendibili. Leggere di economia e scienza. E sottoporre a verifica affermazioni e programmi. È una sfida di cultura. E proprio la cultura d'impresa ne è leva essenziale, fondata com'è sulla razionalità delle scelte essenziali, la solidità delle competenze, i risconti numerici delle attività, il merito delle questioni e la conoscenza come base essenziale della competitività.

Lo conferma, proprio sulla base della ricerca di cui stiamo parlando, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia: "I risultati della ricerca rendono l'idea della gravità di almeno due piaghe della nostra società, ben note e quanto mai allarmanti. Da un lato, il livello d'istruzione molto basso, con quel 16,3% di laureati sulla forza lavoro, che continua a condannarci in fondo del ranking Ue; dall'altro, la moderna dieta mediatica in cui primeggia, accanto alla Tv, l'informazione 'fai-da-te' su Interet e i social media". Scarsa cultura, disinformazione, incompetenza, approssimazione nei giudizi. Le cronache sociali e politiche ne offronto, da tempo, testimonianze inquietanti.

Come uscirne? "Ci vorranno tempi lunghi", sostiene Pagnoncelli. E comunque "l'unica ricetta è quella di un'assunzione di responsabilità da parte di tutti e tre i soggetti chiave della società: le istituzioni, il mondo dell'informazione e i cittadini stessi". Aggiungendo la scuola e, appunto, le imprese, luoghi della ricerca, della scienza, della verifica dei risultati. La cultura politecnica si rivela, anche in questo, strumento di democrazia liberale e di rapporto essenziale con la verità e lo sviluppo.

 

FONTE Antonio Calabrò Giornalista, scrittore e vicepresidente di Assolombarda

  huffingtonpost.it

 
Studio Osservatorio statistico consulenti PDF Stampa E-mail
Domenica 23 Settembre 2018 10:01

A 30 anni 4 laureati su 10 senza lavoro o sottoccupati

                                                                                                       © Copyright ANSA/Ansa

 L'Italia non è un Paese per giovani (laureati):a 30 anni infatti, 4 su 10 sono senza lavoro o sottoccupati. E' quanto risulta dai dati dell'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro secondo il quale nel 2017 degli oltre 1,7 milioni di trentenni con la laurea, il 19,5% (344.000) è privo di occupazione, e un ulteriore 19% (circa 336.000) opera in posizioni professionali che non richiedono laurea.

 Fra i giovani laureati della Penisola, invece si evidenzia nel dossier c'è un 61,5%, che riesce a lavorare mettendo a frutto il titolo di studio conseguito. Nel 2017, il tasso di occupazione dei trentenni laureati (81,3%) è superiore di 8 punti percentuali rispetto ai giovani diplomati di pari età ed arriva a 24 punti percentuali rispetto ai trentenni con la sola licenza media. Le prospettive d'inserimento nel mercato occupazionale, spiega quindi lo studio, "migliorano per coloro che hanno raggiunto almeno un titolo secondario superiore", e si rivelano "massime per chi giunge a conseguire un titolo universitario". Il vantaggio nel possedere un livello di istruzione più elevato (e poterlo 'spendere', esercitando un'attività professionale) è più marcato, si legge, "per le donne trentenni, specie nel Mezzogiorno".

Il titolo di studio 'pesa' in busta paga: la retribuzione mensile media dei laureati dipendenti, infatti, "è pari a 1.632 euro, ovvero il 30% in più di un occupato con la licenza media (1.139) e del 20% di un diplomato (1.299)". Lo fa sapere l'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, segnalando, però, come "un trentenne psicologo guadagni mensilmente 1.351 euro (solo 52 euro in più di un coetaneo diplomato), mentre un ingegnere (1.850), un medico (1.869) percepiscono come retribuzione oltre 550 euro in più rispetto ad un diplomato".

 

FONTE ANSA.IT

 
Il rapporto Ipsos-Mori sul mondo percepito (e i suoi numeri) PDF Stampa E-mail
Martedì 11 Settembre 2018 13:15

Perché siamo così creduloni? Una sera a Londra “tra fatti e statistiche”

 

Londra. “Questi sono i fatti o sono solo le statistiche?”, si è sentita chiedere una volta la columnist del Guardian Polly Toynbee da uno che aveva evidentemente deciso di cercare la verità con metodi tutti suoi. Una categoria folta, a sentire Bobby Duffy, responsabile della ricerca sociale per Ipsos Mori e autore di “I pericoli della percezione”, accuratissimo studio su quanto in generale abbiamo tutti quanti moltissimo torto su tutto. “Non sorprende, il 55 per cento delle persone vuole che i figli leggano e scrivano bene, ma solo il 13 per cento preferirebbe che sapessero far bene di conto”, spiega sconsolato Duffy, che con la sua ricerca è arrivato alla conclusione che una delle precondizioni per avere un’immagine distorta della realtà è la cosiddetta “espressività emotiva”, anch’essa misurabile e presente, guarda un po’, in dosi massicce in Italia, paese in cui la gente crede che la metà della popolazione sia disoccupata, metà anziana e un terzo immigrata. Nessun paese riesce a fare di peggio e anche gli Stati Uniti, al secondo posto nella classifica dei supercreduloni, arrivano molto dopo.

La sala ride, siamo a King’s College, rassicura sempre sapere che c’è qualcuno che sta peggio di te, ma il problema è comune, e grave: in generale sei persone su dieci credono che esista una correlazione tra vaccini e autismo o non sono certi che le due cose non c’entrino niente. Non solo, tutti credono che gli omicidi siano in aumento e invece non è così nella stragrande maggioranza dei paesi, oppure che le ragazze madri siano tantissime, mentre il fenomeno è in calo.

“Troppe volte noi politici creiamo deliberatamente una percezione”, spiega Margaret Hodge, deputata laburista che deve andare via presto per correre a spiegare ai suoi elettori perché sta dando battaglia, lei per prima e quasi da sola, al leader Jeremy Corbyn sulla questione dell’antisemitismo. “Due terzi dei miei elettori hanno votato per la Brexit, ma quando ne voglio parlare dicono che no, preferiscono discutere di qualcosa di importante”, racconta la Hodge, invitando a tornare a una politica “basata sui fatti” e magari anche un po’ più ottimista, visto che il dato che tutti sottovalutano è che il 92 per cento delle persone è felice. E più grasse di quello che pensano.

E’ tutta una questione di narrativa, a noi umani piace il racconto e una bella storia, magari triste come quella di una ragazza madre disperata e minacciosa come quella di un musulmano terrorista, diventa subito esperienza di verità. “Sentiamo le perdite più dei guadagni, non sappiamo vedere i cambiamenti positivi lenti, ci piace la “rosea retrospettività sul passato”, prosegue Duffy, e di tutto questo approfittano gli squali del populismo, i Donald Trump con i loro “Quello che la stampa non vi dice!” o con il loro linguaggio vago e insinuante. Ci piace esagerare, non ce ne rendiamo neanche conto – gli uomini pensano che le giovani donne facciano sesso ventitré volte al mese, ventitré!, tutti pensano che gli altri facciano moltissimo sesso in generale – e poi arriva qualcuno che ci porta dove vogliamo e si fa eleggere.

“E la cosa importante è che si parli di ‘noi’ in questo rapporto, non di ‘loro’, perché gli errori di percezione li facciamo tutti”, spiega Lord Willetts della Resolution Foundation. “Però i progressisti qualche colpa ce l’hanno, guardano sempre a quello che manca, vedi il MeToo che non ricorda tra una protesta e l’altra come il femminismo abbia fatto passi da gigante”, aggiunge, sottolineando come la struttura di incentivo della nostra società sia fatta per premiare solo i grandi successi – anche nella scienza, in cui tutto quello che non e’ scoperta mirabolante ma solido passo avanti viene taciuto dalla stampa - e come questo accresca il senso di insoddisfazione, terreno fertile degli errori di percezione. “Noi a sinistra abbiamo sempre puntato sulla ragione più che sull’emozione”, si difende la Toynbee, secondo cui col cellulare in mano nessuno ha più scuse per non cercare le cose come stanno davvero. Ma siamo al centro di Londra, la platea ha avuto un punteggio altissimo al test sulla percezione, siamo sicuri che un giro su Wikipedia basti per tutti, per cambiare il mondo, per fare una politica migliore? No, per Duffy servono programmi a scuola per imparare a leggere giornali e statistiche, ma occorre anche smettere di pensare che la propria percezione delle cose sia universale. Parlare, tornare un po’ intellettuali, anche un po’ scienziati. E poi investire nel fact checking di terza generazione, lontano dalla smentita vecchio stile: se arrivi presto con una versione alternativa si può ancora far cambiare idea alla gente, prima che sia troppo tardi. I dati lo dimostrano.

FONTE  Cristina Marconi ILFOGLIO.IT


 
Jp Salary Outlook 2018 PDF Stampa E-mail
Martedì 11 Settembre 2018 08:45

Stipendio, ecco quanto guadagnano gli italiani

 

Difficile dire con precisione quanto guadagna un dipendente italiano. Naturalmente rispondere a questa domanda non è semplice dal momento che lo stipendio dipende dal tipo di professione che si ricopre. Per farsi un'idea delle retribuzioni basta guardare il Jp Salary Outlook 2018, realizzato dall'Osservatorio JobPricing, tramite i dati forniti dalla società di consulenza HR Pros.

Come rilevato dal report, nel 2017 lo stipendio medio di un dipendente in Italia è stato pari a 29.380 euro lordi, che al netto corrispondono a circa 1.580 euro mensili. Un dato che preoccupa poiché mette in risalto una lenta crescita delle retribuzioni nel nostro Paese, visto che nel 2015 il livello medio si era assestato a 1.560 euro. Un altro problema da risolvere riguarda la differenza che c’è tra lo stipendio dei dipendenti del Nord e del Sud Italia; chi è occupato nel Settentrione, infatti, guadagna il 7,1% in più di chi lo fa nelle zone centrali del Paese e il 17,3% in più degli occupati al Sud o nelle Isole.

A tal proposito, però, bisogna sottolineare che anche il costo della vita decresce scendendo nello Stivale. Nel dettaglio, tra le Regioni dove i dipendenti guadagnano di più troviamo la Lombardia (31.718 euro lordi) seguita da Trentino Alto Adige (30.908 euro) ed Emilia Romagna (30.523 euro); viceversa agli ultimi tre posti abbiamo rispettivamente il Molise (25.197€), la Basilicata (24.883€) e la Calabria (24.453€). Come è ovvio ci sono dei lavori dove si guadagna di più e altri dove invece la retribuzione è più bassa; secondo il report realizzato da JobPricing, ad esempio, la RAL media più alta a livello settoriale è quella relativa al mondo della finanza (41.000 euro), mentre con 23.778 euro lordi chiude la classifica il settore agricolo.

 

 
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Notizie Flash

Parsons Green: London Tube blast treated as terror incident

 

Passengers were injured following the blast at 08:20 BST (07:20 GMT) at Parsons Green station in Fulham.

Pictures show a white bucket on fire inside a supermarket bag, but do not appear to show extensive damage to the inside of the Tube train carriage.

The Metropolitan Police said it was too early to confirm the cause of the fire and the station has been cordoned off.

BBC security correspondent Frank Gardner said it was too early to say who caused the explosion.

Witnesses have described seeing at least one passenger with facial injuries.

Others have spoken of "panic" as alarmed passengers left the train at Parsons Green station.

London Ambulance Service says it sent a hazardous area response team to the scene.

 

source bbc.co.uk

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