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Per diciotto anni al comando senza soluzione di continuità. Anni segnati da manie di grandezze e battute sprezzanti. Ma oggi in Lombardia quasi nessuno parla più dell'uomo che, intanto, si è ritagliato uno spazio nel panorama romano PDF Stampa E-mail
Mercoledì 21 Giugno 2017 14:56

Sei anni a Formigoni, l'ultima tegola per il Celeste: in Lombardia il generale ciellino è solo un ricordo del potere che fu

 Formigoni nel suo ex ufficio al trentesimo piano del Pirellone

 Fino a qualche anno fa Roberto Formigoni era il personaggio simbolo del potere ciellino in Lombardia. Nella sanità e non solo. Oggi, quello che era conosciuto, non a caso, come il "Celeste", guida da senatore la commissione parlamentare Agricoltura di Palazzo Madama. Incarico per il quale è stato rieletto nel 2016 visto che fa parte del gruppo Ap-Ndc che fa parte della maggioranza risicata al Senato che sostiene il governo Gentiloni. E carica che ha già chiarito non lascerà nonostante la condanna in primo grado a sei anni per corruzione. 

In Lombardia, però, di Formigoni ormai non parla quasi piu nessuno. Il suo potere sembra solo un ricordo. L'attuale governatore della Lombardia, il leghista Roberto Maroni, ha fatto di tutto in questi anni per cercare di dimostrare la "discontinuità" del suo governo rispetto a quello del Celeste.

Sembra passato un secolo dalle missioni all'estero di Formigoni in tutto il mondo. Dai capi di Stato ricevuti nel suo ufficio al trentesimo piano del Pirellone, dove ogni giorno facevano la fila manager sanitari in cerca di una riconferma, imprenditori, politici. Erano gli anni in cui Formigoni parlava di sè in terza persona. Quelli del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, dove ogni anni era protagonista incontrastato. 

Era riuscito perfino ad inventare il "formaglione". Un maglione per le vacanze pagate disegnato da un suo supporter. Formigoni aveva addirittura indetto un concorso per dare un nome al prodotto di questo suo fan. Il gusto per la battuta però non l'ha mai perso, neanche ora che si ritrova in una posizione politica più defilata. Come quando ai giornalisti che gli chiedevano se potessero chiamarlo col titolo di presidente anche nel suo nuovo ruolo, rispose, senza fare una piega: "Certo che potete, presidente è una categoria dello spirito".

O più recentemente quando, dopo la condanna nel processo sui favori nell'ambito della sanità lombarda, il Celeste ha tagliato corto parlando del suo: "Vivrò con poco, del resto ho sempre fatto una vita morigerata". Triste epilogo per un uomo che ha guidato la Lombardia ininterrottamente per diciotto anni.

Anche perché fino a questo momento, Formigoni era riuscito a uscire con la testa alta da ogni inchiesta che lo aveva visto coinvolto. Si vantava di "aver avuto dodici processi e di avere avuto dodici assoluzioni". Diceva di essere "limpido come acqua di fonte". Lui che per anni aveva aspirato a guidare il centrodestra dopo Berlusconi e che il Cavaliere, invece, quando era al governo, aveva costretto a rimanere nel recinto politico lombardo. "Un generale pieno di medaglie come me" si sfogava Formigoni con i suoi fedelissimi.

Era noto che l'ex che il presidente della Lombardia aspirasse a un ruolo di primo piano nel governo, ad esempio come ministro degli Esteri. Ma a dare il colpo di grazia alla sua ultima giunta nel 2012 e a portare la Lombardia ad elezioni anticipate nel febbraio 2013 fu la Lega di Roberto Maroni, ma anche dell'allora emergente leader del Carroccio, Matteo Salvini, che staccarono la spina dopo l'arresto dell'assessore regionale, Domenico Zambetti.

Lui, comunque, si dice certo che alla fine uscirà pulito anche da questa vicenda giudiziaria. Ha giurato che "mai ha ricevuto vantaggi per piegare la sua attività di amministratore". I suoi fedelissimi sostengono che è stato il  bersaglio di un caccia grossa, come accadde a Bettino Craxi. Nel frattempo, però, la sua parabola discendente di politico sembra inarrestabile.  

 

FONTE  ANDREA MONTANARI repubblica.it

 
L’80% della raccolta rifiuti ancora in mano ai privati, cala la differenziata Più di 300 guasti al giorno ai bus Atac, ma il piano di riassetto non parte PDF Stampa E-mail
Domenica 18 Giugno 2017 17:26

Roma, un anno di Raggi. Due ordinanze su tre sono dedicate alle poltrone

 

Se un anno di Virginia Raggi lo si giudicasse dalle strade attorno casa sua, si potrebbe nutrire il sospetto che la città abbia trovato il sindaco giusto. Piccoli e ordinati contenitori per la differenziata, raccolta porta a porta, un via vai continuo di mezzi. Se non fosse per la piaga delle buche e delle radici, certe vie di Borgata Ottavia sembrano uscire da uno spot di pubblicità progresso. Purtroppo l’attenzione al decoro in certi angoli dell’Urbe abitati dai politici è una tradizione dell’Ama che non conosce colore. L’illusione di un’altra Roma dura lo spazio di qualche centinaio di metri, ciò che separa la realtà dalla rappresentazione. Basta imboccare Via di Casal del Marmo e Roma riprende le sembianze note ai più. È di questi giorni l’ennesima emergenza rifiuti. 

Il poltronificio

Per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici, proviamo a fare un bilancio del governo Cinque Stelle della Capitale partendo dai numeri. Per valutarli abbiamo chiesto più volte un incontro al sindaco Raggi, la quale ha rifiutato senza spiegazioni. Partiamo proprio dalle ordinanze del sindaco: su 227 atti ben 149 – i due terzi - hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti. Stessa cosa è avvenuta in Giunta: su 258 delibere, 75 – più di un terzo - riguardano l’assunzione di personale esterno. La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno. Si dirà: il primo anno serve a scegliere persone di fiducia. Per lei è stata un’operazione particolarmente complessa, e va oltre la fisiologia del cosiddetto spoil system. Nonostante i tentativi (quattro), alla macchina comunale del Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali. E non è finita qui: entro la fine dell’anno c’è da rinnovare il consiglio di amministrazione di tutte le società partecipate per le quali è stato introdotto l’obbligo dei tre componenti.  

L’Ama non cambia

L’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata. Nel tentativo disperato di tenere al riparo le strade dai rifiuti ingombranti e da certa maleducazione, la percentuale di raccolta differenziata è scesa al 42 per cento, un punto in meno di un anno fa e in controtendenza rispetto al +8 per cento degli ultimi anni fa. Il nuovo piano industriale ridurrà gli investimenti: invece dei 300 milioni previsti per la creazione di nuovi ecodistretti e l’acquisto di mezzi, ne resteranno solo 110 per i mezzi. Nel frattempo l’unica decisione concreta è stata quella di affossare il progetto per il nuovo impianto di compostaggio a Rocca Cencia, inviso ai residenti. Da maggio a oggi ci sono stati tre strani incendi in altrettanti impianti di trattamento dei rifiuti: a Castelforte, Viterbo e Malagrotta. Di recente il ras del settore Manlio Cerroni ha annunciato che i due impianti dell’indifferenziata a Malagrotta non tratteranno più 1250 tonnellate di immondizia al giorno, ma solo 800. L’Ama sta tentando di aprirne uno nuovo a Ostia, ma a ottobre si vota nel Municipio e i vertici del M5S della zona sono contrari. Risultato: negli ultimi giorni nei quartieri a est della Capitale la situazione della raccolta è di nuovo al collasso. Sull’azienda incombe poi il rischio del dissesto finanziario: poiché il Comune sta pensando di togliere all’Ama la gestione diretta della tariffa sui rifiuti, il pool di otto banche capeggiato da Bnl minaccia la cancellazione di un finanziamento di 600 milioni. Alla faccia del chilometro zero, seicento milioni è quanto l’azienda stima di spendere nei prossimi quattro anni per far smaltire ai privati quattro milioni di tonnellate di rifiuti. Il piano dell’ex numero uno Daniele Fortini prevedeva entro il 2021 di far salire all’80 per cento la quantità di rifiuti trattata direttamente da Ama. Per la gioia dei privati l’ultimo piano industriale approvato – quello deciso dalla ormai ex numero uno Antonella Giglio – ha abbassato quella stima al 29 per cento. Non solo: secondo quanto raccontano fonti interne all’azienda, starebbe aumentando anche il numero di appalti affidati con trattativa diretta invece che con regolare gara.  

Riordino no grazie

In realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle. Su 179 delibere, due hanno riguardato l’urbanistica e i trasporti, una sola la cultura, una la scuola. L’unico atto sulla scuola degno di nota è però frutto di una proposta della capogruppo Pd Michela Di Biase che consente alle mamme di consegnare il latte materno negli asili nido.  

Annunci e sostanza

Se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città - Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria - è stato imposto il limite a trenta all’ora. Intendiamoci, governare una città come Roma non sarebbe facile per nessuno. A marzo la Raggi ha rimesso in strada 15 filobus nuovi fermi da tempo nei garage dell’Atac. Nel giro di 24 ore quattro mezzi erano già fuori uso per problemi tecnici. «Cuciniamo con quel che abbiamo», si difese la sindaca. La sindrome dell’annuncite è direttamente proporzionale alla scarsità delle risorse. Mentre l’Atac conta più di trecento guasti al giorno ad altrettanti mezzi, l’assessore alla Mobilità Linda Meleo porta in giunta un piano per l’introduzione di sei nuove linee del tram, tre funivie e il prolungamento della linea B della metropolitana. Peccato che l’unica certezza sia il caos attorno al futuro della linea C, le cui ruspe fanno mostra di sé ai fori imperiali. A novembre dell’anno scorso il consiglio comunale ha votato una mozione straordinaria per lo scioglimento di Roma Metropolitane, la società che gestisce il cantiere. Nel frattempo fra sindaco, consiglieri e assessori si è aperto il dibattito su dove fermare il tracciato: se al Colosseo, al Corviale o al Flaminio. Il solito Colomban, una sorta di commissario prefettizio della Raggi, ha spento il dibattito durante una riunione della Commissione trasparenza: Roma Metropolitane va avanti, mozione o non mozione.  

 

Fra le mura solenni dell’aula Giulio Cesare si consumano scontri epici non solo con l’opposizione del Pd e di Fratelli d’Italia, ma anche nella maggioranza bulgara del Movimento. Da un lato il sindaco e il braccio destro Daniele Frongia, sostenuti da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, dall’altra i consiglieri romani guidati da Roberta Lombardi e Marcello De Vito. Quando il gruppo si ricompatta, il dissenso è soffocato. Ne sanno qualcosa Cristina Grancio e Gemma Guerrini, entrambe vicine all’espulsione per essersi opposte al progetto sullo stadio della Roma. In mezzo gli uomini mandati da Davide Casaleggio e Beppe Grillo a evitare il peggio: il già citato Colomban e il neopresidente dell’Acea, l’avvocato genovese Luca Lanzalone, delegato dal sindaco anche alla trattativa sullo stadio.  

I troppi no

I tecnici Colomban e Lanzalone appaiono come la quintessenza del realismo grillino. Per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’Eur abituati alla vista di un ecomostro a pochi metri dalla nuvola di Fuksas. Fu uno dei primi atti della giunta Raggi: la revoca del permesso a costruire per il restauro delle torri. Sembrava la fine di una storia tutta italiana: dopo anni di tira e molla con gli altri azionisti, Cassa depositi e prestiti e Telecom si erano unite nel progetto per la costruzione della nuova sede del gigante telefonico. Il no dell’allora assessore Paolo Berdini ha offerto all’azienda l’alibi perfetto per rinunciare ad un progetto nel frattempo giudicato troppo costoso.  

Twitter @alexbarbera 

FONTE ALESSANDRO BARBERA LASTAMPA.IT

 
L’80% della raccolta rifiuti ancora in mano ai privati, cala la differenziata Più di 300 guasti al giorno ai bus Atac, ma il piano di riassetto non parte PDF Stampa E-mail
Domenica 18 Giugno 2017 17:20

Roma, un anno di Raggi. Due ordinanze su tre sono dedicate alle poltrone

 

Se un anno di Virginia Raggi lo si giudicasse dalle strade attorno casa sua, si potrebbe nutrire il sospetto che la città abbia trovato il sindaco giusto. Piccoli e ordinati contenitori per la differenziata, raccolta porta a porta, un via vai continuo di mezzi. Se non fosse per la piaga delle buche e delle radici, certe vie di Borgata Ottavia sembrano uscire da uno spot di pubblicità progresso. Purtroppo l’attenzione al decoro in certi angoli dell’Urbe abitati dai politici è una tradizione dell’Ama che non conosce colore. L’illusione di un’altra Roma dura lo spazio di qualche centinaio di metri, ciò che separa la realtà dalla rappresentazione. Basta imboccare Via di Casal del Marmo e Roma riprende le sembianze note ai più. È di questi giorni l’ennesima emergenza rifiuti. 

Il poltronificio

Per capire quanto disti un anno di realtà dalla rappresentazione che ne fanno i suoi vertici, proviamo a fare un bilancio del governo Cinque Stelle della Capitale partendo dai numeri. Per valutarli abbiamo chiesto più volte un incontro al sindaco Raggi, la quale ha rifiutato senza spiegazioni. Partiamo proprio dalle ordinanze del sindaco: su 227 atti ben 149 – i due terzi - hanno a che fare con nomine, revoche o deleghe assegnate ad assessori e dirigenti. Stessa cosa è avvenuta in Giunta: su 258 delibere, 75 – più di un terzo - riguardano l’assunzione di personale esterno. La Raggi ha passato gran parte del tempo da sindaco a occuparsi di poltrone: la sua giunta ha messo a contratto 102 collaboratori esterni, dodici in più di quelli nominati da Ignazio Marino, quindici in più dell’era Alemanno. Si dirà: il primo anno serve a scegliere persone di fiducia. Per lei è stata un’operazione particolarmente complessa, e va oltre la fisiologia del cosiddetto spoil system. Nonostante i tentativi (quattro), alla macchina comunale del Campidoglio mancano ancora il capo di gabinetto e due assessori (Lavori pubblici e Servizi sociali). In un anno sono cambiati il vicesindaco, l’assessore all’Ambiente, quello all’Urbanistica, due volte il titolare del Bilancio. Solo all’Ama si sono avvicendati quattro amministratori delegati e due direttori generali. E non è finita qui: entro la fine dell’anno c’è da rinnovare il consiglio di amministrazione di tutte le società partecipate per le quali è stato introdotto l’obbligo dei tre componenti.

L’Ama non cambia

L’Azienda dei rifiuti è la chiave del successo o del fallimento del governo Cinque Stelle della città. Lo smaltimento dei rifiuti a Roma costa quattro volte quello di Milano, perché Ama è in grado di trattarne appena il 20 per cento: il resto lo paga ai privati e per trasportare l’immondizia in giro per l’Europa. Fra promesse di “modelli spagnoli”, “chilometri zero” e “riutilizzo totale degli scarti” nell’ultimo anno la situazione è persino peggiorata. Nel tentativo disperato di tenere al riparo le strade dai rifiuti ingombranti e da certa maleducazione, la percentuale di raccolta differenziata è scesa al 42 per cento, un punto in meno di un anno fa e in controtendenza rispetto al +8 per cento degli ultimi anni fa. Il nuovo piano industriale ridurrà gli investimenti: invece dei 300 milioni previsti per la creazione di nuovi ecodistretti e l’acquisto di mezzi, ne resteranno solo 110 per i mezzi. Nel frattempo l’unica decisione concreta è stata quella di affossare il progetto per il nuovo impianto di compostaggio a Rocca Cencia, inviso ai residenti. Da maggio a oggi ci sono stati tre strani incendi in altrettanti impianti di trattamento dei rifiuti: a Castelforte, Viterbo e Malagrotta. Di recente il ras del settore Manlio Cerroni ha annunciato che i due impianti dell’indifferenziata a Malagrotta non tratteranno più 1250 tonnellate di immondizia al giorno, ma solo 800. L’Ama sta tentando di aprirne uno nuovo a Ostia, ma a ottobre si vota nel Municipio e i vertici del M5S della zona sono contrari. Risultato: negli ultimi giorni nei quartieri a est della Capitale la situazione della raccolta è di nuovo al collasso. Sull’azienda incombe poi il rischio del dissesto finanziario: poiché il Comune sta pensando di togliere all’Ama la gestione diretta della tariffa sui rifiuti, il pool di otto banche capeggiato da Bnl minaccia la cancellazione di un finanziamento di 600 milioni. Alla faccia del chilometro zero, seicento milioni è quanto l’azienda stima di spendere nei prossimi quattro anni per far smaltire ai privati quattro milioni di tonnellate di rifiuti. Il piano dell’ex numero uno Daniele Fortini prevedeva entro il 2021 di far salire all’80 per cento la quantità di rifiuti trattata direttamente da Ama. Per la gioia dei privati l’ultimo piano industriale approvato – quello deciso dalla ormai ex numero uno Antonella Giglio – ha abbassato quella stima al 29 per cento. Non solo: secondo quanto raccontano fonti interne all’azienda, starebbe aumentando anche il numero di appalti affidati con trattativa diretta invece che con regolare gara.  

Riordino no grazie

In realtà gli atti rilevanti votati finora in consiglio comunale sono solo due: il via libera preliminare allo stadio della Roma e l’adozione di un nuovo regolamento sugli ambulanti che aggira l’obbligo di gara previsto dalla direttiva Bolkenstein già ribattezzato “salva Tredicine” dal nome della famiglia proprietaria di decine di camion e bancarelle. Su 179 delibere, due hanno riguardato l’urbanistica e i trasporti, una sola la cultura, una la scuola. L’unico atto sulla scuola degno di nota è però frutto di una proposta della capogruppo Pd Michela Di Biase che consente alle mamme di consegnare il latte materno negli asili nido.  

Annunci e sostanza

Se ci accontentassimo degli annunci la Raggi si meriterebbe un dieci. Prendiamo le strade. Il sindaco rivendica un piano buche e porta con sé le fotografie di alcuni tratti rifatti, ma nel frattempo per ovviare alla scarsa manutenzione, in tre arterie della città - Aurelia, Cristoforo Colombo e Salaria - è stato imposto il limite a trenta all’ora. Intendiamoci, governare una città come Roma non sarebbe facile per nessuno. A marzo la Raggi ha rimesso in strada 15 filobus nuovi fermi da tempo nei garage dell’Atac. Nel giro di 24 ore quattro mezzi erano già fuori uso per problemi tecnici. «Cuciniamo con quel che abbiamo», si difese la sindaca. La sindrome dell’annuncite è direttamente proporzionale alla scarsità delle risorse. Mentre l’Atac conta più di trecento guasti al giorno ad altrettanti mezzi, l’assessore alla Mobilità Linda Meleo porta in giunta un piano per l’introduzione di sei nuove linee del tram, tre funivie e il prolungamento della linea B della metropolitana. Peccato che l’unica certezza sia il caos attorno al futuro della linea C, le cui ruspe fanno mostra di sé ai fori imperiali. A novembre dell’anno scorso il consiglio comunale ha votato una mozione straordinaria per lo scioglimento di Roma Metropolitane, la società che gestisce il cantiere. Nel frattempo fra sindaco, consiglieri e assessori si è aperto il dibattito su dove fermare il tracciato: se al Colosseo, al Corviale o al Flaminio. Il solito Colomban, una sorta di commissario prefettizio della Raggi, ha spento il dibattito durante una riunione della Commissione trasparenza: Roma Metropolitane va avanti, mozione o non mozione.  

 

Fra le mura solenni dell’aula Giulio Cesare si consumano scontri epici non solo con l’opposizione del Pd e di Fratelli d’Italia, ma anche nella maggioranza bulgara del Movimento. Da un lato il sindaco e il braccio destro Daniele Frongia, sostenuti da Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, dall’altra i consiglieri romani guidati da Roberta Lombardi e Marcello De Vito. Quando il gruppo si ricompatta, il dissenso è soffocato. Ne sanno qualcosa Cristina Grancio e Gemma Guerrini, entrambe vicine all’espulsione per essersi opposte al progetto sullo stadio della Roma. In mezzo gli uomini mandati da Davide Casaleggio e Beppe Grillo a evitare il peggio: il già citato Colomban e il neopresidente dell’Acea, l’avvocato genovese Luca Lanzalone, delegato dal sindaco anche alla trattativa sullo stadio.  

I troppi no

I tecnici Colomban e Lanzalone appaiono come la quintessenza del realismo grillino. Per chi come la Raggi amministra la cosa pubblica e non ha sufficiente esperienza politica dire no è più semplice di un sì. Ad una olimpiade, a un nuovo impianto di trattamento dei rifiuti o allo scavo della metropolitana. Ma talvolta i no possono essere fatali all’immagine della città. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’Eur abituati alla vista di un ecomostro a pochi metri dalla nuvola di Fuksas. Fu uno dei primi atti della giunta Raggi: la revoca del permesso a costruire per il restauro delle torri. Sembrava la fine di una storia tutta italiana: dopo anni di tira e molla con gli altri azionisti, Cassa depositi e prestiti e Telecom si erano unite nel progetto per la costruzione della nuova sede del gigante telefonico. Il no dell’allora assessore Paolo Berdini ha offerto all’azienda l’alibi perfetto per rinunciare ad un progetto nel frattempo giudicato troppo costoso.  

Twitter @alexbarbera  

 FONTE ALESSANDRO BARBERA LASTAMPA.IT

 

 
Il direttore Calabresi: "I politici non devono nascondersi dietro false smentite". Luigi Di Maio e lo stesso Davide Casaleggio avevano negato di essersi incontrati. Inaccettabili le minacce di Di Maio PDF Stampa E-mail
Giovedì 15 Giugno 2017 12:58

L'incontro Casaleggio-Salvini. M5s smentisce, Repubblica conferma

 

 Ancora una volta il Movimento 5 Stelle dimostra di avere paura della verità e si nasconde dietro smentite false e minacciose. Luigi Di Maio e Davide Casaleggio hanno negato la notizia data oggi in prima pagina da Repubblica di un incontro tra lo stesso Casaleggio e il leader della Lega Matteo Salvini. Con un comunicato anche l'ufficio stampa della Lega Nord ha precisato che l'incontro non è avvenuto "ma non esclude che in futuro i due possano vedersi".

Il direttore di Repubblica Mario Calabresi ha risposto così all'attacco dei Cinquestelle, che sempre attraverso Di Maio hanno chiesto le sue dimissioni: "In un paese normale i politici non si nascondono dietro false smentite: confermiamo l'incontro Casaleggio- Salvini. Abbiamo fonti certe".

Ecco la ricostruzione della notizia:
1- L'incontro si è svolto a Milano una decina di giorni fa prima che la trattativa sulla legge elettorale fallisse.
2 - A chiedere il colloquio il leader della Lega Matteo Salvini preoccupato dall'ipotesi di un accordo tra Renzi e Berlusconi dopo il voto, che in quel momento era previsto da tutti a settembre.
3 - Non abbiamo mai scritto di patti o alleanze elettorali concordati tra Casaleggio e Salvini, ma solo dell'apertura di un canale di comunicazione legato agli scenari futuri.
4 - L'incontro ci è stato confermato da due autorevoli fonti della Lega Nord. 
 
In questa vicenda l'unico falso arriva dal Movimento Cinquestelle: attaccare Repubblica per cercare di nascondere la verità. E farlo con minacce che non possiamo accettare e che rispediamo al mittente. Luigi Di Maio, che ricopre anche la carica istituzionale di vice presidente della Camera dei deputati, usa queste parole per offendere il direttore di Repubblica Mario Calabresi e l'editore Carlo De Benedetti: "Il direttore è stato messo lì da un certo De Benedetti, tessera numero uno del Pd e editore con enormi interessi economici in questo paese. Se doveste mandarci al governo l'Italia avrà finalmente una legge sugli editori e i loro conflitti d'interesse".

Sono parole inaccettabili e fondate su una doppia mistificazione. La prima: che Repubblica sia mossa da intenti politici. La seconda: che vi sia un interesse economico tra la politica e il nostro gruppo editoriale. Il Movimento Cinquestelle, se andrà al governo, faccia pure tutte le leggi che crede nel campo dell'informazione, ma non potrà toglierci alcun finanziamento pubblico, semplicemente perché Repubblica non ne percepisce alcuno.

E, soprattutto, non saranno le minacce di qualsivoglia esponente politico che potranno impedirci di esercitare il nostro principale diritto: svolgere con correttezza, scrupolo e imparzialità il nostro mestiere di giornalisti. Al servizio di un unico giudice: il lettore.

 

 

FONTE REPUBBLICA.IT

 
Ore di silenzio, telefoni muti in casa grillina, il Movimento è uscito bastonato da queste Comunali, ed è a Genova, la città del Capo, la sua performance più modesta. PDF Stampa E-mail
Lunedì 12 Giugno 2017 10:54

Elezioni comunali, delusione M5s: fuori da capoluoghi di Regione e grandi città

Il Movimento di Beppe Grillo escluso dal ballottaggio anche a Genova, dove si contendono la poltrona di sindaco i candidati del centrosinistra e del centrodestra. A Parma Pizzarotti sfida Paolo Scarpa (centrosinistra), mentre a Palermo Leoluca Orlando, primo cittadino uscente, conquista alla prima tornata più del 40%. Sconfitta a Lampedusa Giusi Nicolini

 

 Frana M5s. È una sconfitta dai contorni pesanti quella che arriva per Grillo dalle urne dei 1.004 comuni chiamati al voto per rinnovare le amministrazioni. Il Movimento  è escluso dai ballottaggi di tutte le maggiori città al voto. Compresa Genova, la città del leader che si era detto sicuro del successo anche davanti alla piazza vuota per l'ultimo comizio. E, in più, in quasi tutti i grandi centri il distacco dei candidati M5s dai primi due che andranno al ballottaggio (quasi ovunque di centrodestra e centrosinistra) è abissale. Anche nella Parma di Pizzarotti, sulla quale erano puntati occhi da tutta Italia, che pur con una bassa affluenza alle urne ha comunque lasciato il candidato grillino sotto il 5%. E, insieme, queste elezioni aprono una nuova possibilità per l'asse di centrodestra Fi-Lega: di fatto inesistente a livello nazionale con la palese ostilità Salvini-Berlusconi, ma rinato in molte delle città al voto. Con il risultato di portare in quasi tutte un candidato al ballottaggio.

 E al ballottaggio si va in quasi tutti i 21 capoluoghi di provincia e 4 capoluoghi di regione al voto: la gran parte dei sindaci delle grandi città saranno eletti il prossimo 25 giugno.

A Genova si affronteranno i candidati del centrodestra, Marco Bucci (38%), a sorpresa in vantaggio nel primo turno, e del centrosinistra, Gianni Crivello che va di poco oltre il 33%. Fuori dai giochi, come detto, il Movimento di Beppe Grillo e bassissima l'affluenza: solo il 48,39% degli aventi diritto ha votato. Praticamente neanche un genovese su due si è recato alle urne.  A Parma, il sindaco uscente Federico Pizzarotti (Liste civiche) è vicino al 35% e se la vedrà al secondo turno con Paolo Scarpa del centrosinistra.

A Catanzaro il candidato sindaco Sergio Abramo (centrodestra) si avvicina al 40% e sfida Vincenzo Ciconte (centrosinistra), mentre a Palermo plebiscito per il sindaco uscente, Leoluca Orlando, che va verso la vittoria al primo turno (la legge elettorale siciliana ha abbassato al 40% il quorum per essere eletti) attestandosi sul 45% delle preferenze. Lo sfidante del centrodestra, Fabrizio Ferrandelli, non va oltre il 33%..........................

 

Fonte repubblica.it

 

 
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